GLI ANTICHI DOVERI

ANTICHI DOVERI (OLD CHARGES) di James Anderson (1723)

Facenti parte delle Costituzioni che il pastore Anderson pubblicò nel 1723, Gli Antichi Doveri rappresentano la parte normativa ancor oggi alla base della Massoneria Universale.

OBBLIGHI DI UN MASSONE

Estratti dagli antichi Archivi delle Logge d’oltremare e di quelle d’Inghilterra, di Scozia e dell’Irlanda ad uso delle Logge di Londra.

Da leggere all’ammissione di Nuovi Fratelli, o quando il Venerabile lo riterrà opportuno

Titoli generali

  1. Dio e la Religione.
  2. Del Magistrato Civile (supremo e subalterno).

III.      Delle Logge.

  1. Dei Venerabili, Sorveglianti, Compagni ed Apprendisti.
  2. Della Direzione del Mestiere durante i Lavori.

VI       Del comportamento:

1°        Nella Loggia quando è costituita;

2°        Quando la Loggia è chiusa ma i Fratelli non sono usciti;

3°        Quando i Fratelli si riuniscono senza estranei, ma non in Loggia;

4°        Alla presenza di estranei non muratori;

5°        In Casa e con il Vicinato;

6°        Verso un Fratello sconosciuto.

  1. Concernente Dio e la Religione

Un Muratore è obbligato, per la sua Condizione, ad ubbidire alla Legge morale; e se comprende bene l’arte, non sarà mai un Ateo stupido, né un Libertino irreligioso. Sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese a confarsi alla religione di quel Paese o di quella Nazione, qualunque essa fosse, si stima tuttavia, oggi, di obbligarli unicamente a quella Religione nella quale tutti gli uomini sono d’accordo, e di lasciarli liberi delle loro Opinioni particolari: ovverosia, essere Uomini buoni e leali, o Uomini di onore e di Probità, quali che siano le Denominazioni e Credenze che possano distinguerli. In questo modo, la Muratoria diviene il Centro di unione ed il Mezzo per promuovere la vera Amicizia tra le Persone che sarebbero rimaste altrimenti separate.

Un muratore è obbligato per la sua Condizione ad ubbidire alla legge morale in quanto vero noachita e se comprende bene l’Arte, non sarà mai un Ateo stupido, né un Libertino irreligioso, né agirà contro la sua coscienza.

Negli antichi tempi, i Muratori cristiani erano obbligati a conformarsi ai costumi cristiani del Paese in cui viaggiavano. Ma esistendo la Massoneria in tutte le Nazioni, anche di religioni diverse, essi sono, oggi, tenuti ad aderire a quella Religione sulla quale tutti gli uomini concordano (lasciando ad ogni fratello le proprie opinioni) vale a dire essere Uomini da bene e leali, Uomini d’onore e di probità. Non importa quale siano i Nomi, le Religioni o le Confessione che possano distinguerli: perché tutte si uniformano sui tre articoli di Noè quanto basta per preservare il cemento della Loggia. Così la Muratoria diviene il Centro di unione ed il felice mezzo di conciliazione per delle persone che, diversamente, sarebbero rimaste altrimenti separate.

Riguardo Dio e la Religione: un muratore è obbligato, per la sua Condizione, ad ubbidire alla legge Morale e se comprende bene l’Arte, non sarà mai un Ateo stupido né un Libertino irreligioso. Di tutti gli Uomini, lui deve meglio comprendere che Dio vede diversamente dall’uomo, il quale distingue soltanto l’apparenza mentre Dio vede il cuore. Un muratore è di conseguenza particolarmente obbligato a non agire mai contro i principi della propria coscienza. Qualunque sia la Religione dell’uomo o il suo modo di Adorare, non sarà mai escluso dell’Ordine, purché creda nel Grande Architetto dell’Universo e della Terra e pratichi i Sacri doveri della Morale. I Muratori si uniscono agli uomini Virtuosi di tutte le credenze nel legame solido e cordiale dell’Amore Fraterno, in cui acquisiscono la capacità di individuare gli errori dell’Umanità, ed a sforzarsi, per la purezza della loro condotta, di dimostrare l’alta superiorità della fede particolare che professano.

  1. DEL MAGISTRATO CIVILE

(supremo e sottoposto)

Un Muratore è per i Poteri Civili un pacifico suddito, ovunque   risieda o lavori, e non deve essere mai implicato in Complotti e Cospirazioni contro la Pace ed il Benessere della Nazione,                 né comportarsi irrispettosamente verso i Magistrati sottoposti. La Guerra, lo spargimento di sangue e il Disordine hanno sempre nociuto alla Muratoria, mentre gli antichi Re e Principi sono sempre stati molto inclini ad incoraggiare gli   uomini dell’Arte a causa della loro Tranquillità e la loro Lealtà. Grazie a questo risposero con concretezza ai Cavilli dei loro Avversari e servirono l’onore della Confraternita che ha sempre prosperato in Tempo di Pace. Cosicché se un Fratello si ribella contro lo stato, non deve essere sostenuto nella sua Ribellione, quantunque possa essere compianto come un Uomo infelice; e se non convinto di nessun altro Crimine, la leale Fratellanza deve sconfessare la sua Ribellione e non dare Ombra al Governo del momento, né dargli un Motivo di Gelosia politica. Non può essere espulso dalla Loggia e il suo Vincolo con lei rimane irrevocabile.

III. Delle Logge

Una Loggia è un luogo dove si riuniscono e lavorano i Muratori. Ne consegue che questa Assemblea, o società di

muratori organizzata, è chiamata Loggia, ed ogni Fratello deve appartenere ad una di esse e sottomettersi ai suoi Statuti ed ai Regolamenti Generali. Essa è particolare o generale e sarà meglio intesa se frequentata, grazie (anche) ai Regolamenti della Loggia Generale o Grande Loggia, di seguito riportati.

Nei Tempi antichi, nessun Maestro o Compagno poteva assentarsi, soprattutto se convocato a presentarsi, senza incorrere in una severa Censura salvo che risultasse al Venerabile ed ai Sorveglianti che la Necessità lo aveva impedito.

Le Persone ammesse come Membri ad una Loggia devono essere Uomini buoni e leali, nati liberi, e di una Età matura e discreta, né Servi della gleba, né Donne, né Uomini immorali e scandalosi, ma di buona Reputazione.

  1. Dei Maestri (Venerabili), Sorveglianti,

Compagni ed Apprendisti

Ogni Avanzamento tra i Muratori è fondato esclusivamente sul Valore reale ed il solo Merito personale, acciocché i Signori siano ben serviti, i Fratelli non umiliati, e l’Arte Reale non sia disprezzata. Conseguentemente, nessun Venerabile o Sorvegliante è scelto per l’anzianità, ma per il suo Merito. É impossibile mettere per iscritto queste Cose, ed ogni Fratello deve ricoprire il suo Ruolo ed apprendere tutto ciò nella maniera propria a questa Confraternita. I Candidati possono sapere soltanto che nessun Venerabile può accettare un Apprendista se non ha per lui una Utilizzazione adeguata, che deve essere un Giovane Uomo integro: non deve presentare nel suo Corpo nessuna Mutilazione o Difetto che possa renderlo incapace di apprendere l’arte o di servire il Signore del suo Venerabile, che sarà iniziato come Fratello e poi giunto il momento come Compagno, questo dopo aver prestato la sua opera per il Numero di anni prescritto dal Costume del Paese. Deve anche discendere da Genitori onesti, affinché grazie a ciò possa conseguire – quando sarà qualificato diversamente – l’onore di essere Sorvegliante e in seguito Venerabile della Loggia, poi Grande Sorvegliante, ed infine, secondo il suo Merito, Gran Maestro di tutte le logge.

Nessuno Fratello può fare il Sorvegliante se non ha fatto il suo dovere come Compagno, né il Venerabile se non ha ricoperto le funzioni di Sorvegliante; parimenti, non può fare il Grande Sorvegliante se non è stato Venerabile di una Loggia, né Gran Maestro se non è stato Compagno prima della sua Elezione. Gli occorre anche essere di nobile nascita, o Gentiluomo del migliore Genere, o eminente Studioso, o scrupoloso Architetto o altro Artista. Deve discendere da Genitori onesti, ed avere, dal parere delle Logge, un Merito eccezionalmente grande. Per assicurare un migliore, più facile e più onorabile Esercizio delle sue Funzioni, il Gran Maestro ha il Potere di scegliere il suo proprio Gran Maestro aggiunto; in questo caso esso deve essere stato in precedenza, Venerabile di una Loggia Particolare; ha il Privilegio di agire in tutto nella stessa maniera del Gran Maestro, suo Superiore, sempre che questi non sia presente o abbia espresso la sua Autorità con una Lettera.

Questi Dirigenti e Governatori, supremo e subalterno dell’antica Loggia, devono essere obbediti nei loro rispettivi Uffici da tutti i Fratelli, secondo gli Antichi Doveri, con Umiltà, Riverenza, Affetto e Sollecitudine.

  1. Della Direzione dell’Arte durante i Lavori

Tutti i Muratori devono lavorare nei giorni feriali per vivere onorevolmente nei Giorni di Festa; ed il Tempo stabilito dalla Legge del paese o confermato dalle Usanze, deve essere osservato.

Il più esperto dei Compagni deve essere scelto o nominato dal Maestro Venerabile come Caposquadra dei Lavori del Signore, e quelli che lavorano sotto la sua direzione devono chiamarlo Maestro. Gli Artigiani devono evitare ogni inopportuna forma di Linguaggio e non assegnarsi reciprocamente dei Nomi volgari, ma Fratello o Compagno. Devono comportarsiall’interno e all’esterno della Loggia con cortesia.

Il Venerabile consapevole della propria abilità, deve intraprendere i Lavori del Signore, nel modo più ragionevole ed amministrare in modo leale i suoi Beni come se fossero i suoi. Non deve dare a nessuno Fratello o Apprendista un Salario più elevato di quello che merita realmente. Preso atto che sia il Venerabile che i Muratori ricevono il proprio salario, essi devono essere fedeli al Signore e devono terminare onestamente i loro Lavori, sia che siano a Cottimo sia che siano a Giornata. Non devono eseguire Lavori che è uso fare alla Giornata a Cottimo.

Nessuno deve provare invidia per la Prosperità di un Fratello, né soppiantarlo o cacciarlo dal suo Lavoro se è capace di finirlo per lui: giacché nessun Uomo potrebbe terminare il Lavoro di un altro con maggior Profitto del Signore, se non conosce a fondo i Progetti e Piani di chi che l’ha iniziato.

Quando un Compagno è scelto come Sorvegliante dei Lavori sotto la direzione del Maestro, deve essere nello stesso modo leale sia verso il Venerabile sia verso i Compagni. Nell’assenza del Maestro, deve dirigere i Lavori con cura e per il Profitto del Signore, ed i suoi Fratelli devono ubbidirgli.

Tutti i Muratori utilizzati devono ricevere rispettosamente il loro Salario, senza Mormorare o protestare e non devono abbandonare il Venerabile prima della fine dei Lavori.

Un giovane Fratello deve essere istruito nei Lavori, al fine di evitare lo spreco dei Materiali per mancanza di Giudizio e per aumentare e mantenere l’amore Fraterno.

Tutti gli Attrezzi adoperati per i Lavori devono essere approvati dalla Gran Loggia.

Nessuno Operaio deve essere adoperato per Lavori propri della Muratoria, ed i Massoni non devono lavorare con quelli che non sono liberi, salvo Necessità urgente. Parimenti, non devono istruire Gli Operai e Muratori non accettati, come farebbero per un Fratello o Compagno.

  1. Del Comportamento, ossia:

1° Nella Loggia quando è Costituita

Non si deve dare origine a Comitati privati o separate Conversazioni, senza Autorizzazione del Venerabile e non si deve parlare di cose non pertinenti o improprie, né si deve interrompere il Venerabile o i Sorveglianti, o qualche Fratello quando parla con il Venerabile. Non ci si deve comportare in modo ridicolo o scherzoso quando la Loggia è occupata in cose serie e solenni né utilizzare un Linguaggio sconveniente, sotto alcun Pretesto. Bisogna, al contrario, mostrare una corretta Deferenza verso il Venerabile, i Sorveglianti e Compagni e si devono onorarli.

Se è presentata una qualsiasi accusa, il Fratello indicato come colpevole deve sottoporsi al Giudizio ed alla Decisione della Loggia, dove si trovano i Giudici adatti e competenti per tutte le Controversie di questo Genere. Può tuttavia Appellarsi alla Gran Loggia; ma è alla Loggia che deve rivolgersi, sempre che ciò non noccia ai Lavori del Signore:

in questo Caso, può disporsi ad un Rinvio particolare. Non ci  si deve mai appellare alla Legge ordinaria per ciò che concerne la Muratoria, senza una assoluta ed evidente Necessità per la Loggia.

2° Quando la Loggia è chiusa e i Fratelli non sono usciti  ci si può divertire con innocente Allegria trattandosi reciprocamente secondo la propria intelligenza; ma bisogna evitare ogni Eccesso, non costringere nessun Fratello a mangiare o a bere al di là del suo Gusto, né impedirgli di

andare quando i suoi Obblighi lo chiamano. Non si deve far dire nulla di sconveniente o che possa ostacolare una Conversazione spigliata e affrancata: poiché questo turberebbe la nostra Armonia, e farebbe fallire i nostri lodevoli Disegni. Per questo motivo, nessuna Disputa o Lite privata deve superare la Porta della Loggia, ancor meno ogni Lite inerente alla Religione o Nazioni o sulla Politica dello stato. Giacché Muratori, apparteniamo unicamente alla Religione Universale citata precedentemente; siamo anche di tutte le Nazioni, Lingue, Discendenze e Idiomi e siamo risolutamente contrari ad Ogni politica, giacché non ha mai contribuito al Benessere della Loggia, né lo farà mai. Questo Obbligo è sempre stato imposto rigorosamente ed è stato osservato, specialmente al tempo della Riforma in Gran Bretagna, e al tempo del Dissenso e la secessione dei nostri Paesi dalla Comunione di Roma.

3° Quando i Fratelli si riuniscono senza estranei, ma non in Loggia

Ci si deve salutare reciprocamente di un modo cortese, come sarà insegnato, chiamandosi l’un l’altro “Fratello”. Occorre, se la cosa sarà giudicata utile, donarsi delle reciproche Istruzioni, ma senza essere visti o uditi, e senza abusare uno dell’altro o derogare al Rispetto che è dovuto ad ogni Fratello (anche ad un non muratore). Per quanto tutti i Muratori sono Fratelli sullo stesso Livello, tuttavia la Muratoria non toglie ad un Uomo nessuno degli Onori che ha già; al contrario, gliene aggiunge di altri, soprattutto se ha ben meritato della Fratellanza: la quale deve onorare quelli che lo meritano, ed evitare le cattive Maniere.

4° Alla presenza di estranei non Massoni

Occorre essere prudenti nelle Parole e nel Comportamento, affinché l’estraneo più accorto non possa scoprire o intuire ciò che non è conveniente comunicargli. É necessario, talvolta, sviare un Colloquio, e condurlo con Prudenza per l’onore della rispettabile Confraternita.

5° In Casa e con il vicinato

Si deve agire come conviene ad un Uomo saggio e morale. In particolare, non si deve riferire nulla degli Affari della Loggia alla propria Famiglia, i propri Amici e ai Vicini: ma saggiamente tutelare il vostro Onore e quello dell’antica Confraternita, per le Ragioni da non menzionare qui. Quando i Lavori della Loggia sono terminati, occorre pensare anche alla Salute e non intrattenersi troppo tempo lontano di Casa;

parimenti, è necessario evitare l’Ingordigia e l’ubriachezza, cosa che farebbe trascurare la Famiglia e l’offenderebbe, e renderebbe inabili ai Lavori.

6° Verso un Fratello sconosciuto

Si deve esaminarlo con Prudenza e secondo il Metodo indicato dalla Circospezione, in modo da non essere ingannati da un ignorante Impostore che converrebbe rigettare con Disprezzo e Derisione, ed al quale non è opportuno dare il minimo Segno di Riconoscimento.

Se si capisce che è un vero ed autentico Fratello, occorre rispettarlo di conseguenza; e se è nel bisogno, se possibile, si deve aiutarlo o indicargli come può esserlo. Dovete occuparlo per alcuni Giorni di lavoro, o raccomandarlo per un impiego. Ma non si è tenuti ad agire al di là dei propri Mezzi, ma soltanto di preferire un Fratello povero (che è un Uomo buono e leale) ad un altro Povero nelle stesse Circostanze.

In Conclusione, si devono osservare tutti questi Obblighi, come anche quelli che saranno comunicati in altro modo. Bisogna coltivare l’amore Fraterno, Fondamento e Pietra angolare, Cemento e Gloria di questa antica Confraternita; evitare ogni Disputa e Lite, Maldicenza e Calunnia e non consentire che un onesto Fratello sia calunniato, ma difenderlo e rendergli ogni buon Ufficio per quel tanto che è possibile per l’onore e la Sicurezza e non oltre. Se uno dei Fratelli causa un Pregiudizio, ci si deve rivolgere alla propria Loggia o a quella dell’imputato; e in seguito appellarsi alla Gran Loggia riunita in Assemblea Trimestrale e alla Gran Loggia annuale, secondo il lodevole Costume dei nostri Predecessori in ogni Nazione. Non bisogna lasciare prendere mai a queste cose un corso legale, salvo quando il Caso non può essere risolto in altro modo; si deve ascoltare con Pazienza il parere onesto ed amichevole del Venerabile e dei Compagni, se vogliono evitarvi di comparire in giudizio contro gli Estranei o vi esortano ad accelerare il Corso di tutte le istanze legali, in modo che possiate occuparvi degli Affari della Muratoria con più Solerzia e Successo. Per i Fratelli o Compagni in Giudizio, il Venerabile ed i Fratelli devono offrire nobilmente la loro Mediazione, ed i Contendenti devono accettarla con Riconoscenza. Se la Mediazione è inattuabile, la disputa dei Fratelli deve allora seguire il proprio Corso, senza Collera né Rancore (non nel modo comune);

non devono dire niente o fare cosa che possa ostacolare l’amore Fraterno ed impedire la continuazione dei buoni Uffici. In questo modo tutti potranno costatare la benigna Influenza della Muratoria, cosa che tutti i veri Muratori hanno fatto dal Principio del Mondo e faranno fino alla Fine dei Tempi.

Amen, così sia.

La Ripresa dei Lavori: l’Equinozio di Autunno

Una massima iniziatica recita: “I nostri lavori non si interrompono mai!”
Questo concetto di perpetuità del lavoro massonico viene instillato nell’Apprendista al momento della sua iniziazione, quando il Maestro Esperto gli fa compiere il suo primo gesto operativo in Officina: battere tre colpi sulla Pietra Grezza.
Il nostro Apprendista non sa, al momento, che questo apparentemente umile e semplice lavoro è, in effetti, l’unico che il Massone deve compiere in tutto l’arco della sua vita. E che non ha termine. Continue reading

La menorah

La menorah, il candelabro a sette braccia, è forse il simbolo più antico della religione ebraica. Forma, misure, e materiali si trovano  dettagliatamente specificate in un passo della Torah, nel libro dell’Esodo, in corrispondenza delle regole inerenti l’organizzazione del culto. Secondo la tradizione biblica,Mosè  la realizzò seguendo le istruzioni di Dio dopo il suo ritorno dal   monte Sinai e la collocò sul Tabernacolo.  Il destino del candelabro originale, se è mai esistito, si perde nella leggenda tra le distruzioni del primo e secondo Tempio di Gerusalemme. La testimonianza più antica rimastaci è una scultura che la raffigura, databile intorno al 50 A.C. Molte consuetudini ebraiche sono state riadattate nei secoli ma non la Menorah che pur avendo solo funzioni ornamentali e non collocazione liturgica, ne rimane il simbolo universale.

Per la Massoneria, la Menorah è diventato oggetto rituale, arreda infatti ogni nostro tempio. Diverse ed ognuna con un suo corretto fondamento sono le interpretazioni circa i suoi significati simbolici, in questa trattazione ne ho limitatamente indicati alcuni,  ognuno di noi nelle sue speculazioni potrà trarne ulteriori e trasmetterle ai Fratelli in modo che il simbolo sia sempre più svelato.

Nel corso di quella che possiamo definire una evoluzione interpretativa nel corso dei millenni, ha rappresentato essenzialmente un simbolo di luce spirituale, “gli occhi del Signore che spazia su tutta la terra”,   il rovo ardente in cui si manifestò a Mosè la voce di Dio sul monte Horeb, le leggi di Dio che illuminano il cammino della vita. La menorah è l’albero della vita presente in molte religioni. Non a caso, nelle istruzioni date a Mosè per la sua fabbricazione, si insiste sui particolari “botanici” con riferimento, in particolare, al mandorlo: questo è il primo albero a fiorire in primavera, è il risveglio dopo l’inverno, da qui una breve correlazione con il seme della vita e come vado a spiegare con il numero 7. Di tutte le divisioni, quella in sette è forse la più importante e la più frequente, più ancora di quella del Ternario. Questo numero risulta alla base di molti fenomeni naturali, ed ha avuto di conseguenza un ruolo  importantissimo   in molte religioni e filosofie nel corso della storia.  Esso domina   nella chimica, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia. Sostanzialmente l’elemento settenario racchiude  molte delle chiavi dell’Universo.

La embriologia, in particolare,  ci dice che molte specie di animali covano le loro uova per uno o due settenari, mentre la schiusa avviene dopo un periodo che è usualmente multiplo di un settenario. C’è da domandarsi  perché tali fenomeni si manifestino sulla base di un multiplo di 7. Che correlazione può esserci tra il 7 e la scienza che studia la vita e la vitalità nelle sue primissime fasi; fasi, cioè, che comprendono, all’infuori di ogni influenza esterna, tutti i cicli vitali dell’essere, tutte le successive forme organiche, tutti i processi di formazione delle varie specie, condensati nel mistero dell’embrione. È compendiata nell’uovo tutta la storia millenaria dell’essere. Il centro microscopico, ove si compie il miracolo naturale della generazione, è il punto piccolissimo ove si conserva e si trasmette attraverso milioni di generazioni, il principio incomprensibile della Natura. Anche  nell’uomo sappiamo che il prodotto del concepimento rimane nello stato di embrione per sette settenari (7 x 7). Dopo questo determinato stadio, in cui si compie il primo ciclo della vita dell’essere, l’embrione passa nella fase di assunzione di forme umane, arriviamo cioè al feto,  ove rimane per sette lune nuove, prima di iniziare la vita extrauterina. Ecco quindi che anche il sette, come già avevamo visto per il cinque assume  un significato di luce e di vita.

La Menorah è’ formata da tre elementi essenziali:

Base: è il piedistallo formato da 3 ottagoni posti a gradini, legati ai “Tre Corpi”: fisico, animico e spirituale.

Tronco: si eleva verticalmente lungo l’asse che passa per il centro della Base; rappresenta il Fuoco Centrale e su di esso si collocano i Tre Elementi Archetipi aria, acqua, fuoco.

Bracci: che sono costituiti da 3 semicerchi, ruotanti sul Tronco a 360°, e formanti 6 Bracci.

I bracci sono ruotanti perché popolo ebraico durante la vita nomade, se ne serviva da lunario e calendario perpetuo.

Sull’asse orizzontale, cioè sui 6 bracci e sulla sommità del Tronco si collocano le “Sette Lampade”, alimentate con olio d’oliva che, come vedremo sono simbolicamente e diversamente attribuite.

Per la sua costruzione ci serviremo di  squadra e compasso; possiamo partire da tre cerchi concentrici che rappresentano il mondo. Una linea orizzontale che taglia a metà la figura rappresenta la divisione tra mondo reale e irreale. Eliminando la parte superiore abbiamo la perdita della irrealtà e la conservazione della realtà, Rimangono tre semicerchi che sono le sei braccia. La realtà è  retta dall’asse centrale che rappresenta il fuoco e che poggia tramite il tronco su tre pilastri ottagonali: equilibrio, saldezza, immutabilità.

Diversamente possiamo partire dalla sommità del tronco da dove si erge la Fiamma Centrale, il Punto di Origine, si poggia la punta del Compasso che traccia i tre Semicerchi ogni volta più ampi, visibili all’uomo, la Menorah umana, ed i tre Semicerchi Invisibili, prolungamento di quelli visibili, che costituiscono la Menorah rovesciata della volta celeste. Si formano così i Tre Cerchi magici, quello del Corpo, quello dell’Anima e quello dello Spirito.

E’ un’immagine che materializza la Creazione, la luce che si irradia dal punto focale di origine è Dio, e la sua manifestazione è l’Umanità. La Luce centrale rappresenta  il livello più alto della Luce; è l’essenza stessa del Fuoco che è già contenuto nel fuoco degli altri bracci. E’ la “Forza che unifica tutta la Creazione che appare nella vastità estrema dei suoi opposti”.

Dai significati simbolici di squadra e compasso, usati per la costruzione, ritroviamo pure da una parte base e tronco e dall’altra bracci, ovvero corpo e anima, fisico e spirituale, in una elevazione dal basso all’alto che vede prima la prevalenza e l’uso della squadra o poi del compasso in una ideale ricerca della luce del fratello massone che si eleva nel suo perfezionamento dai gradini, al tronco, ai bracci, alle 7 lampade fino all’irrazionalità della luce: le 7 lettere sospese sul capo del M.V.

Da questa divisione del candelabro in una parte inferiore e in una superiore, possiamo collegare anche lo scopo per il quale noi Massoni ci riuniamo: edificare templi alla Virtù e scavare oscure e profonde prigioni al Vizio e lavorare al bene e al progresso dell’Umanità.

Idealmente, potremmo allora, collocare queste Virtù e questi Vizi sulla nostra Menorah, se si tiene conto della divisione Binaria del Candelabro. Nella parte inferiore e oscura, che può ricordare con i tre ottagoni a gradini, i bastioni di una roccaforte, vi rinchiudiamo platonicamente i vizi; in quella superiore eleviamo il Tempio, con le fiamme della virtù che si irradiano nell’umanità.

Per ciò che riguarda l’accensione rituale della menorah, esistono 2 modi principali, uno a spirale e l’altro che definirei alternato, ognuno a sua volta poi con le più diverse correlazioni e perfettamente logico nella sua sequenza.

In quello alternato, numerando le lampade da sinistra a destra, si parte dalla settima per poi accendere in sequenza la terza, la sesta, la seconda, la quinta, la prima e finire con la quarta la centrale.

In ogni caso,  la candela centrale è sempre l’ultima ad essere accesa: è il culmine, il completamento dell’opera, il punto di equilibrio. L’accensione procede alternativamente a destra e a sinistra della candela centrale, con chiaro riferimento al dualismo.  Possiamo dividere in tre gruppi le candele della Menorah. Quelle di destra rappresentano l’elemento della polarità positiva, attiva, maschile, creativa; quelle di sinistra l’elemento della polarità negativa, passiva, femminile, conservatrice; la centrale l’elemento di catalizzazione, di equilibrio, di coesione, di realizzazione, di tutte le energie.

Cito integralmente un breve e bellissimo passo del Fratello Ivan Mosca:

Si accende prima la lampada del Sole, pronunciando sottovoce: Yom Rishon (primo giorno) e sentendo interiormente il comando trasmutatorio affinché l’Orgoglio si tramuti in Umiltà; poi la lampada della Luna, pronunciando sottovoce: Yom Sheni (secondo giorno) perché la Forza faccia scomparire la Pigrizia; indi si accende la lampada di Marte: Yom Shilishi (terzo giorno), perché la Speranza dia il posto all’Ira; poi la lampada di Mercurio: Yom Revii (quarto giorno), perché l’Invidia si trasformi in Carità; successivamente la lampada di Giove: Yom Hamishi (quinto giorno), affinché la Gola diventi Temperanza; successivamente la lampada di Venere: YomShishi (sesto giorno), perché la Lussuria si tramuti in Giustizia; infine la lampada centrale o di Saturno, pronunciando a voce più alta: Shabath (settimo giorno o Giorno del Riposo), perché la Prudenza prevalga sull’avarizia”.

Questa accensione è stata correlata con i giorni della Creazione per giungere al riposo dopo l’Opera compiuta, cioè al Shabath.

La stessa accensione alternata può essere esaminata attribuendo ad ogni candela vari aspetti; oltre ai 7 giorni della creazione che indicano la totalità, i pianeti che indicano il cielo, i metalli: la terra, i chakra: l’uomo, le note musicali: le vibrazioni cosmiche, le arti liberali: le attività umane, le fasi del processo alchemico: l’arte della trasmutazione materiale e spirituale che tutto riunifica.

La prima candela ad essere accesa è la settima. È quella del primo giorno della creazione: la creazione della luce. Come associazione tra i pianeti è il Sole, il dispensatore di luce per eccellenza; tra i metalli, l’oro che ne ha lo splendore. Tra i chakra è il sesto, posto sulla fronte, tra gli occhi, il chakra della vista. Il suo nome in sanscrito è Ajna (percepire). É il terzo occhio. Tra le note Pitagora attribuisce al Sole la nota Mi, baricentro del suo sistema. Tra le arti liberali Dante collega al Sole l’aritmetica, che è la chiave di tutte le scienze esatte. Sotto il profilo alchemico si può riferire al Sole la calcinazione, l’espulsione dei vapori con il calore, il primo dei procedimenti secondo Paracelso.

 La seconda candela nella sequenza di accensione è la terza. Corrisponde al secondo giorno della creazione: la separazione delle acque. Legata ad essa è la Luna, che regola le maree e i cicli femminili; tra i metalli il bianco argento; tra i chakra il secondo. Il nome del secondo chakra è Svadhisthana (purezza). É collocato nei genitali, legato con la procreazione, la sessualità. Alla Luna Pitagora collega il  La. É la nota su cui ora si accordano gli strumenti, speculare al Mi dell’antichità classica. Tra le arti liberali Dante sceglie per la Luna la grammatica, l’aritmetica del linguaggio. Nel campo alchemico la seconda fase, secondo Paracelso, è la sublimazione: la purificazione, la separazione del sottile dallo spesso, tipica dei solidi.

 La terza candela ad essere accesa è la sesta. È il terzo giorno della creazione: la nascita della vita sulla terra. È collegata con la forza vitale di Marte, con il ferro, l’agente del principio attivo che modifica la sostanza inerte (es. aratro, coltello). È il terzo chakra, quello collocato vicino al plesso solare. Il suo nome in sanscrito è Manipura (gemma rilucente). Chakra della volontà, del potere, inteso come aspetto positivo. A Marte Pitagora abbina la nota Re, dal timbro impetuoso, che con la sua forza influenza gli animi umani. Per Paracelso la terza fase alchemica è il solvere. È il primo termine dell’imperativo alchemico “solve et coagula”.

Come quarta si accende la seconda candela. Il quarto giorno della creazione Dio creò gli astri e regolò il loro alternarsi per segnare il cambiamento delle stagioni. É la creazione di ciò che è in movimento, che muta, di ciò che contiene in sé una duplicità di aspetti: di Mercurio sotto il profilo planetario e metallurgico. È il quinto chakra, quello collocato alla gola, Vishuddha (principio ordinatore), che presiede alla comunicazione. È tra le arti liberali la dialettica, l’arte di ragionare con metodo, strumento possente nel guidare gli uomini nella via della verità e della giustizia. Tra le note Pitagora gli attribuisce il Sol, la nota della chiave di violino. Alchemicamente la quarta fase è la putrefazione: la perdita della natura e della forma originarie di una sostanza. La materia diviene mutevole, si decompone e ricompone per dare vita ad una nuova sostanza.

La quinta candela accesa è la quinta. Il quinto giorno Dio creò la vita nel mare e nel cielo: i pesci e gli uccelli. È la giornata dell’arricchimento vitale, dell’abbondanza, di Giove dalla cornucopia, del grande benefattore. Tra i minerali Giove è abbinato allo stagno, bianco e duttile, buon saldatore. É il primo chakra, situato alla base della spina dorsale. Il nome sanscrito è Muladhara (sostegno), sostiene ed equilibra tutto il corpo. È il chakra più denso e solido, alla sua base è avvolta, in tre spire e mezza, Kundalini, carica di tutte le sue potenzialità. È il chakra collegato con la nostra parte corporea, con le nostre radici, dalle quali non possiamo prescindere se non vogliamo perdere il nostro equilibrio. È di conseguenza abbinato alla nota basilare: il Do. Nella tonalità di Do, Mozart scrisse la sua sinfonia n. 41, la Juppiter. Dante lo collega con la geometria. È l’arte di misurare, è l’immagine dell’intelligenza universale, la lettera «G» del compagno il cui numero è il 5. Il quinto procedimento alchemico è, secondo Paracelso, la distillazione.

 Per sesta si accende la prima candela. Il sesto giorno Dio creò gli animali e l’uomo. È il giorno di Venere, dell’armonia e dell’amore, dell’attrazione istintiva che spinge animali ed uomini a moltiplicarsi. Il metallo di Venere è il rame, ottimo conduttore di elettricità. In egizio il geroglifico del rame è una vulva. Nell’antichità con il rame levigato si fabbricava l’attributo classico di Venere: lo specchio. Il chakra di Venere è il quarto: Anahata (non colpito) quello del cuore. La sua nota musicale, secondo Pitagora è il Fa. Dante attribuisce a Venere la retorica, l’arte di abbellire ed aggraziare il linguaggio. In alchimia è la coagulazione, il secondo termine dell’imperativo solve et coagula. È la coesione dei composti.

Settima ed ultima, è la candela centrale. È il riposo di Dio, la contemplazione della sua opera e la realizzazione della sua volontà. È il compimento e l’utilizzazione dell’opera alchemica. È l’astronomia, la scienza che utilizzando aritmetica e geometria si volge dalla terra al cielo. “È l’arte di conoscere gli astri e le leggi dei loro movimenti”. È la nota Si, l’ultima in senso ascendente della scala. È il settimo chakra, il chakra della sommità della testa Sahasrara (dai mille petali), il chakra dell’illuminazione, il termine e la meta dell’ascesa di Kundalini. Il suo pianeta è Saturno, il pianeta della maturità, della capacità di assumersi le responsabilità, della disciplina e della concentrazione. È il pianeta del distacco che ci libera dalla materialità, dal nostro ego e porta al misticismo. Piante saturnie sono: l’acacia e il melograno, tra le gemme il diamante. Sono saturnii il carbone ed il petrolio, che possono divampare come il fuoco. Il metallo saturnio è il piombo, che secondo Paracelso è “l’acqua di tutti i metalli” e simboleggia la materia impregnata di forza spirituale.

Con l’accensione della settima candela abbiamo terminato il nostro percorso attraverso i vari aspetti del cosmo, portando in tutti la Luce. Nello stesso tempo abbiamo visto come cose apparentemente incompatibili tra loro siano invece legate da un sottile filo. Ci siamo accorti che gli aspetti della vita, della natura, presentano varie angolazioni: sta all’uomo sviscerarle tutte e non fermarsi alle apparenze, ciò collima perfettamente con il nostro essere uomini del dubbio.

Noi ci muoviamo in una realtà multiforme,  dietro di essa, si cela un principio universale unificatore. La Menorah, con i suoi bracci, che partono da un unico tronco, simboleggia perfettamente l’unità che si manifesta nella molteplicità. Come ogni singola candela, ogni braccio, ogni singolo pianeta, ogni singolo giorno della creazione, ogni singola nota, così ogni aspetto della vita, ci deve spingere a cercare il suo complemento negli altri e, da essi, risalire all’Uno. L’Uomo, copia perfetta del macrocosmo, sintetizza in sé la totalità vitale ed ha in sé tutta la totalità del cosmo: è una Menorah vivente. Suo intento deve essere quello di divenire consapevole di ciò, di sintonizzarsi con l’armonia universale, di accendere tutte le sue candele, sì da essere, consapevolmente, compartecipe del Tutto.

 Nell’accensione a spirale si parte dalla prima candela per continuare, a spirale e in senso orario, con la settima e poi convergere via via verso l’interno. Si caricano in tal modo sempre più le energie, fino a culminare con l’accensione della quarta candela: quella centrale. Al contrario, all’atto dello spegnimento, la spirale sarà discendente. Si partirà dalla candela centrale e, sempre a spirale ma in senso antiorario, si arriverà alla prima. Così noi, dopo esserci uniti ai fratelli nei lavori di Loggia ed esserci caricati ognuno delle energie dell’altro, ci separiamo e torniamo ad essere singoli individui nel mondo profano. Ciò ci può essere  anche  di aiuto per una riflessione sul modo in cui il Maestro di Cerimonie ci guida nell’ingresso e nell’uscita dal Tempio

 La Menorah può essere vista come rappresentazione dell’albero sephirotico. In tal caso ci riferiamo al simbolismo cabalistico sul quale sarà però necessario un lavoro che rimanderei ad un’altra occasione.

Scritto da Fr. Roberto S.

Il cammino del Logos che ci accompagna verso la luce

Una breve premessa: questo lavoro consta in totale di 55 cartelle di cui 42 fanno parte del testo essenziale, mentre 13 cartelle raccolgono la parte bibliografica con le sue 145 voci.

Durante questo lavoro abbiamo scoperto grazie alle ricerche effettuate dallo storiografo Renato Del Ponte quali sono le radici più arcaiche della nostra Loggia Ver Sacrum: esse affondano nei tempi più lontani risalenti all’età del Bronzo quando iniziarono le migrazioni generazionali giunte a noi col nome di Ver Sacrum,ossia di Sacre Primavere. Si tratta di un rito antichissimo, che certamente trovava la propria origine e motivazione psicologica nelle vicende delle migrazioni di popoli nomadi e cacciatori della più alta preistoria. Continue reading

La Casa Massonica di Perugia

Dopo una lunga attesa durata decenni la Massoneria Umbra è riuscita finalmente ad avere una sede di proprietà. Si conclude così una lunga peregrinazione iniziata nei primi giorni di ottobre del 1924 quando per opera di squadristi fascisti giunti da Arezzo fu devastata e distrutta la Casa Massonica di Palazzo Angelini-Paroli di via Bartolo che sin dal 1908 ne era stata la sede principale anche se dal 1923 ne esisteva un’ altra più piccola in via Marzia.

La Casa Massonica di Perugia - Foto 1

La legge 2029 del 26.11.1925 sancì la messa la bando di tutte le società segrete ivi compresa la Massoneria, sebbene questa non fosse tale, con la conseguenza che anche in Umbria si fu costretti ad un lungo periodo di relativa inattività conclusosi solo dopo la caduta del regime.

Negli anni di clandestinità i Massoni ebbero la possibilità di incontrarsi seppure in modo nascosto e riservato in due sedi diverse messe a disposizione la prima dai “Soci del Villino”, una casetta non più esistente nei pressi della Università, abituale luogo di riunione dei repubblicani e dei mazziniani e la seconda dai Soci della Società Operaia.

In quegli anni e in varie occasioni i Massoni ebbero modo di incontrarsi a seconda delle necessità presso le case o i locali di alcuni di essi come a Ponte d’Oddi da Memmo Cecchini, nella Villa di Ponte Pattoli di Cesare Agostini, a Ponte Rio nella Osteria di Eugenio Scapicchi, alla Montagnola di Torgiano, nei locali di via del Conventuccio dove nel 1940 fu tenuta dopo tanti anni una tornata rituale dimostrando una vitalità più forte delle avversità tanto che all’indomani della liberazione di fronte alla offerta fatta da ufficiali alleati massoni di un aiuto per reiniziare la attività Massonica Mariano Guardabassi rispose che la Massoneria Perugina era stata sempre viva e vegeta adoperandosi poi affinchè a partire dal 1951, un anno prima della sua immatura morte, fosse riaperto un Tempio regolare in via della Luna operante sino a quando, nel 1970, ci fu il trasferimento a Palazzo Sorbello in Piazza Piccinino.

La Casa Massonica di Perugia - Foto 2

La nuova sede, situata in un antico palazzo ubicato in corso Cavour ed inaugurata Sabato 19 Dicembre 2009, è stata oggetto di un profondo restauro che ha consentito tra l’altro il recupero di un pregevole e vasto ambiente un tempo destinato al culto, la chiesa dei S. Maria delle Orfanelle datata 1612, la cui storia viene presentata in una opera che vuole testimoniare il sentito momento inaugurale e sottolinearne il contesto relativo alla ubicazione in prossimità della Piazza Giordano Bruno, dell’Archivio di Stato e del Museo Etrusco sede della Raccolta Bellucci sugli Amuleti e di fronte alla Chiesa di San Domenico una volta sede del Tribunale di Inquisizione e vicina al Borgo XX Giugno , il “Borgo Bello” per i perugini, là dove si erge il monumento edificato, anche con il prezioso contributo dei Massoni, a ricordo delle stragi papaline del 1859.

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