Il cammino di Santiago: La terrena Via Lattea

1. Il Tempo e lo Spazio dell’Infinito. La Via Francigena. Appunti di metageografia Le dimensioni in cui l’umanità trova la sua particella di infinito sono il tempo e lo spazio. La nostra visione dualistica di queste dimensioni vede solo i limiti. Oltre ogni possibile spazio-tempo non riusciamo che ad immaginare il nulla. Oltre i limiti di ogni possibile vita temporale troviamo la morte, che è oblio o ancora nulla, anche se supponiamo un ri-inizio di vita, la cui eternità è ancora, fondamentalmente, una limitazione. Ma se il tempo e lo spazio sono solo quella particella infinitesimale di un tutto senza limiti, in quella stessa particella vi è contenuto tutto l’infinito inconoscibile. Si può percorrere una strada nello spazio e nel tempo di una supposta realtà, o percorrerla nella mente, con la memoria o l’immaginazione. Così spazio e tempo diventano una unica dimensione metafisica, in cui la realtà perde il suo carattere contingente ed assume elementi di eternità, il profumo di un infinito inconoscibile,. ma in qualche modo intuibile. Percorrere le strade della memoria rende il tempo un eterno ed infinito presente, in cui ogni luogo ed ogni avvenimento esistono nel contempo, ed agiscono eternamente nel pensiero e nell’interiorità dell’uomo. In questo senso ognuno di coloro che hanno lasciato le loro tracce sui sentieri del tempo e dello spazio è nostro vicino e contemporaneo, vive la nostra vita nel nostro quotidiano, così come noi viviamo la vita quotidiana di ogni uomo dell’ieri e del domani. Leggere la storia è atto di memoria, riscoprire ciò che la nostra mente ha dimenticato o ignorato, è vivere ogni vita, percorrere ogni spazio, tendere ad un infinito lontanissimo ma nel contempo vicinissimo al nostro desiderio di libertà e di conoscenza. Chi ha lasciato le sue orme nelle strade della nostra memoria? Quale delle innumerevoli vite trascorse rivive eternamente nella nostra mente? In essa, ben più reali delle nostre suole di cuoio o gomma sono quelle delle sette paia di scarpe di ferro che il viaggiatore ed il pellegrino ha consumato, sulle strade del suo viaggio di solitudine e di libertà. Il lontano, l’esotico, l’avventuroso, l’arcano, sono più attributi della nostra interiorità che i prodotti della lontananza nel tempo o nello spazio. Così anche la Francigena diviene, nella sua realtà storica come nella metastoria del ricordo e della commemorazione, un percorso arcano, una via iniziatica percorsa dalle prove e dalle fatiche della propria vita, un luogo di fuga e rifugio, metafora di conoscenza, anagogia dell’unica strada percorribile, quella della conoscenza. La via Francigena, come ogni via non è stata solamente un canale di merci materiali, di piccole cronache o di grandi storie. Ogni spazio materiale è nel contempo uno spazio spirituale e la via Francigena è stata anche un veicolo di conoscenza metafisica, percorsa da fermenti emozionali e intellettuali, nell’eterna ricerca dell’uomo, teso al superamento di se stesso e delle sue limitazioni. 2. – Il mito della sacralità dello spazio nel mondo classico ed in quello cristiano. La leggenda di S Jacopo in Galizia. La sacralità dei grandi luoghi sacri è in genere di origine preistorica, e le leggende ed i miti che la descrivono attraverso i tempi si sovrappongono e si mescolano, influenzandosi a vicenda. Queste sacralità geografiche, come molte altre non legate alla religione dominante del momento, hanno resistito in un contesto storico divenuto ostile all’antico mondo pagano, trasformandosi proteicamente in leggende cristiane, che non hanno spesso riscontro nei Vangeli, ma costituiscono un corpo sui generis, di carattere simbolico, interessanti esempi di itinerari terreni analogizzanti un terreno spirituale. Il leggendario medioevale, erede mal cristianizzato di quello classico, a cui succede senza soluzione di continuità, insiste a sottolineare l’importanza del viaggio verso l’ignoto, oltre l’acqua o attraverso la foresta, in direzione di un luogo arduo a raggiungersi. Questo luogo, connesso alla terra mitica che il Sole illumina quando nel mondo “reale” impera la notte, è l’al di là, ma è anche il regno dell’Oro, perché connesso al mondo infero, radice dei metalli e quindi delle ricchezze. L’accesso a questo mondo può essere lontanissimo o vicinissimo, ma comunque è in un punto interdetto perché sacrale, soggetto a “mana”. Un’improvvisa irruzione del numinoso, una sua teofania, lo rivela e lo rende accessibile o riaccessibile, dopo un periodo di oblio. Indipendentemente dalla distanza in termini spaziali o temporali questo cammino è sempre lungo, difficile, pericoloso, verso un luogo “altro” a cui pochi viventi possono eccezionalmente pervenire, proprio perché infero e radice di ogni ricchezza. I viaggi iniziatici dell’antichità classica erano riservati agli eroi e la loro meta era il raggiungimento di uno stato semidivino. Il Cristianesimo rese questa meta in termini minori di una salvezza aperta a tutti, attraverso una devozione che poteva appartenere ad ognuno. Ma rimase anche in esso il senso della scoperta e del meraviglioso, dell’affabulazione simbolica che lasciava la porta aperta a qualsiasi interpretazione mitica. L’assimilazione costante e progressiva della spiritualità antica da parte del cristianesimo produsse molti ibridi, in cui il significato simbolico originario si stratificava nel profondo con suggestioni evangeliche ed agiografiche. Il fascino dell’immaginario medioevale deriva proprio da questo ibridismo, in cui il racconto, spesso apparentemente assurdo, vuole soltanto “mostrare” una verità simbolica non esprimibile con dei concetti. La nascita della leggenda sul cammino di Santiago, la cosiddetta via Lattea, ha questi caratteri di ibridismo, di interpolazioni successive di miti cristiani Ad Amaca, antico castellare celtico viveva, nel IX secolo, un eremita di nome Pelagio. Presso Amaca vi era stata la città romana di Iria Flavia, dedicata alla dea Iside. Sulle rovine di un santuario celtico era stata eretta la chiesa di San Fiz di Solavio ed una notte, in questo luogo Pelagio vide delle luci che non appartenevano a questo mondo ed infine una stella luminosissima che illuminava a giorno un campo vicino al suo eremo. E’ da questo episodio miracoloso che ha preso nome il Campus Stellae o Compostella. Il Vescovo Teodomiro, avvisato del miracolo, dopo i rituali tre giorni di digiuno, si recò in processione con alcuni fedeli in questo campo, dove, scavando, trovò un piccolo sepolcro a forma di arca (Arca Marmorica) [1], contente i resti di un corpo senza testa. Fu identificato come le spoglie dell’apostolo Jacobo Zebedeo, il Figlio del Tuono del Vangelo, o S.Giacomo Maggiore. Attorno all’Arca nacque la città di Santiago (Sanctus Jacobus) de Compostela. Il cammino che porta a questo santuario le cui origini sono molto più antiche del cristianesimo, fu chiamato Via Lattea, in ricordo di Carlo Magno che aveva sognato S. Giacomo, indicante appunto la Via Lattea come il cammino da percorrere per liberare il suo sepolcro dagli infedeli. Ma perché proprio S. Giacomo fu chiamato ad esprimere una verità nascosta agli occhi di una cultura religiosa ostile alla sopravvivenza di un sacro che voleva sostituire? Giacomo deriva dal nome ebraico di Jaacob e significa “Colui che sostituisce”. In questo caso chi o che cosa ha sostituito Giacomo? Giacomo “il maggiore” figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni è citato come apostolo da Matteo (4, 21-10:3 ) e Marco (10:35). Gesù incontrò i due fratelli sulle rive del mare, mentre riparavano le reti, e li apostrofò con la famosa frase “seguitemi ed io vi farò pescatori di uomini” in Matteo (IV,18-22) e Marco (I,16-20). Giacomo, assieme a Giovanni e Pietro, assistette alla Trasfigurazione di Gesù (Matteo 17:1,2) ed apparteneva così a quegli Apostoli più qualificati alla visione del corpo di Gloria del Maestro. Clemente Alessandrino affermava (riferisce Eusebio in Historia Ecclesiastica II,1,3-4; vedi anche I,12-5) che Giacomo ebbe una particolare visione del Cristo Risorto. Fu eletto Vescovo di Gerusalemme dopo l’Ascensione del Cristo e fu decapitato da Erode Agrippa nel 44 d.C. Già dai testi canonici si evidenzia una particolare importanza data a Giacomo “il Giusto” ma nei Vangeli Aprocrifi, in cui è confluita una sapienzialità più profonda e nascosta nell’ambito del Cristianesimo, la posizione di Giacomo è ancora più elevata. Nel Vangelo secondo Tommaso [2] (34:28,-30) è detto: “I discepoli dissero a Gesù: Sappiamo che ci lascerai. Chi diventerà grande fra noi? Gesù disse loro: “Dovunque andiate andate da Giacomo il Giusto, per il quale sono stati fatti il cielo e la terra” Le tradizioni della Chiesa antica a proposito di Giacomo, analizzate in una duplice prospettiva (giudeo-cristiana e gnostica) ne mettono in risalto l’importante ruolo che gli gnostici gli attribuivano, e cioè quello di esser tramite di una conoscenza esoterica[3] e, nel contempo,  il detentore di un potere religioso (la cattedra episcopale di Gerusalemme e di quello regale (IL Trono sulla Terra) La regalità di Giacomo è affermata dallo stesso appellativo il Giusto  con cui lo stesso Gesù lo aveva appellato. La Giustizia è il simbolo stesso della regalità e ci porta ad un altro Giusto. Melkitsedeq, egli stesso Re e Sacerdote. Negli Atti Apocrifi[4] è interessante notare la sua disputa con il mago Ermogene, in cui si ritrova la polemica di alcuni gnostici con le antiche forme magiche, per la verità accettate nelle loro metodiche, ma in cui si inserisce una nuova forma di potere una nuova ed originale forma di potere, le venuta ed il nome potentissimo del Cristo. La posizione di Giacomo come intermediario della Conoscenza risulta ben evidente dallaSeconda Apocalisse di Giacomo[5]. In questo testo lo stesso Cristo afferma: “Tuttavia io sono l’Estraneo. Essi non mi possono riconoscere con il loro pensiero. In questo mondo, infatti, nessuno mi conosce. Sarebbe, invece, importante che altri venissero alla conoscenza per mezzo tuo. Io ti dico; Ascolta e vieni alla conoscenza! Molti infatti, se ascoltano si scoraggeranno; tu, però, comprendi come ti posso parlare.” Queste caratteristiche fondamentali di Giacomo nella storia del  pensiero cristiano-gnostico sono presenti in altri personaggi simbolici nella mitologia pre-cristiana, a dimostrazione che ogni generazione trasmette, riscrivendoli, gli stessi archetipi, la stessa visione metafisica del mondo. Ma per esaminare le motivazioni di questa trascrizione nella Galizia del IX secolo, proseguiamo a esaminare gli altri strati della leggenda medioevale. Nella Traslatio Sancti Jacobi [6], ed in altre narrazioni medioevali, si parla delle avventure dell’Apostolo Santiago mentre predicava in Spagna i Vangeli nell’anno 40 d.C., pochi anni prima la sua decapitazione, dopo la quale il suo cadavere senza testa tornò miracolosamente in Galizia. La santa leggenda narrata ai pellegrini affabulava che Giacomo, apostolo del Signore, dopo l’Ascensione predicò in Giudea, recandosi poi in Spagna per diffondere la parola divina, ma con poco successo. Arrivato in Ira Flavia, nella zona dove è ora il santuario di Santiago di Compostella, gli apparve Nostra Signora (che viveva ancora in Palestina) in un posto dove si conserva tuttora la sua barca(che è una pietra oscillante concava usata nei riti celtici di fecondità). Giacomo, accompagnato da un fedele cane come S .Rocco, continuò a predicare con scarsi risultati, arrivando a Dugium, (città del Finisterre) oggi sepolta, e fondo un’altra Chiesa, dedicata alla Vergine. Nel suo peregrinare arrivò anche a Caesar Augusta (oggi Saragozza). Sulle rive del fiume di questa città, l’Ebro, gli apparve ancora la Madre questa volta su unpilar o colonna di pietra. In quel luogo costruì una chiesa intitolata alla Virgen del Pilar, una ennesima Madonna nera che è ancor oggi meta di venerazione e pellegrinaggi. La leggenda riprende qui la citazione colta degli Atti Apocrifi aggiungendo un episodio interessante. Il mago Ermogene, (il cui nome significativamente vuol dire nato da Ermes) dopo la disputa con il Santo si converte e vuole bruciare i suoi libri magici (i testi ermetici?). Giacomo lo impedisce e li getta nel mare, come nel mito eterno che affida verità e misteri all’acqua primordiale. Dopo la decapitazione dell’Apostolo a Gerusalemme i suoi discepoli ne prendono il corpo e la testa e si imbarcano su una nave senza timone e senza vele. La barca eterna che porta verso l’Occidente, terra dei morti e dell’astrale, invisibilmente guidata, entra nel Mar Tenebroso presso il Finisterre. Dopo sette giorni, nei primi giorni di Agosto, si arena sulle rive di Ira Flavia, la cui signora si chiama Lupa, nella regione celtica dove ha dimora terrestre la costellazione del Cane Maggiore, in fondo a quella Via Lattea o, celticamente, l’arcobaleno del Dio Lug che sarà poi assimilata alCammino di Santiago. I discepoli attraccano la navicella ad una grande pietra lavorata, il pedròn,[7]  o dolmen, da cui poi Iria Flavia varierà il nome in Padròn. Il corpo del Santo viene posto su una grande lastra di marmo che sotto il suo peso perde la forma originaria e assume la forma di una barca o arca. In seguito si recano dalla signora del luogo, Lupa (o una Voluspa 7 celtica?) per richiedere il permesso di seppellire il loro Maestro sul suo territorio. Lupa, preoccupata per una presenza che considera una minaccia per il suo potere, li invia dal gran sacerdote dell’Ara Solis a Dugium, ma questo li getta in una prigione. Liberatisi miracolosamente, tornano da Lupa e le chiedono ancora il permesso di seppellire il Santo, uncarro per trasportare il corpo dell’Apostolo e una coppia di buoi. Lupa, spaventata, concede loro di andare su un alto picco sacro dove pascolano le suo mandrie di buoi, di prenderne due e di seppellire Giacomo nel posto stesso dove questi si fermeranno. I discepoli uccidono un drago che li costudiva, rendendo mansueti i feroci tori che Lupa descriveva come placidi buoi. I tori si fermarono proprio al centro del palazzo regale di Lupa, che riconoscendo la superiorità del Santo, si converte facendosi battezzare. I discepoli aggiogano poi i buoi. Giacomo, accompagnato da un fedele cane come S. Rocco, continuò a predicare con scarsi risultati, arrivando a Dugium, (città del Finisterre) oggi sepolta, efondo un’altra Chiesa, dedicata alla Vergine. Nel suo peregrinare arrivò anche a Caesar Augusta (oggi Saragozza). Sulle rive del fiume di questa città, l’Ebro, gli apparve ancora la Madre questa volta su unpilar o colonna di pietra. In quel luogo costruì una chiesa intitolata alla Virgen del Pilar, una ennesima Madonna nera che è ancor oggi meta di venerazione e pellegrinaggi. La leggenda riprende qui la citazione colta degli Atti Apocrifi aggiungendo un episodio interessante. Il mago Ermogene, (il cui nome significativamente vuol dire nato da Ermes) dopo la disputa con il Santo si converte e vuole bruciare i suoi libri magici (i testi ermetici?). Giacomo lo impedisce e li getta nel mare, come nel mito eterno che affida verità e misteri all’acqua primordiale. Dopo la decapitazione dell’Apostolo a Gerusalemme i suoi discepoli ne prendono il corpo e la testa e si imbarcano su una nave senza timone e senza vele. La barca eterna che porta verso l’Occidente, terra dei morti e dell’astrale, invisibilmente guidata, entra nel Mar Tenebroso presso il Finisterre. Dopo sette giorni, nei primi giorni di Agosto, si arena sulle rive di Ira Flavia, la cui signora si chiama Lupa, nella regione celtica dove ha dimora terrestre la costellazione del cane Maggiore, in fondo a quella Via Lattea o, celticamente, l’arcobaleno del Dio Lug che sarà poi assimilata al Cammino di Santiago. I discepoli attraccano la navicella ad una grande pietra lavorata, il pedròn, 6 o dolmen, da cui poi Iria Flavia varierà il nome in Padròn. Il corpo del Santo viene posto su una grande lastra di marmo che sotto il suo peso perde la forma originaria e assume la forma di una barca o arca. In seguito si recano dalla signora del luogo, Lupa (o una Voluspa [8]celtica?) per richiedere il permesso di seppellire il loro Maestro sul suo territorio. Lupa, preoccupata per una presenza che considera una minaccia per il suo potere, li invia dal gran sacerdote dell’Ara Solis a Dugium, ma questo li getta in una prigione. Liberatisi miracolosamente, tornano da Lupa e le chiedono ancora il permesso di seppellire il Santo, un carro per trasportare il corpo dell’Apostolo e una coppia di buoi. Lupa, spaventata, concede loro di andare su un alto picco sacro dove pascolano le suo mandrie di buoi, di prenderne due e di seppellire Giacomo nel posto stesso dove questi si fermeranno. I discepoli uccidono un drago che li costudiva,  e rendono mansueti i feroci tori che Lupa descriveva come placidi buoi. I tori si fermarono proprio al centro del palazzo regale di Lupa, che riconoscendo la superiorità del Santo, si converte facendosi battezzare. I discepoli aggiogano poi i buoi al carro lasciandoli arrivare ad un campo vicino detto Arca Marmoricae, nei pressi di Amanea, dove vi sono le rovine di un castellare preistorico. In mezzo ad antichi sepolcri, Giacomo trova alfine la sua sepoltura, fino a che Pelagio, per divina ispirazione, lo trovò dopo otto secoli. Nella leggenda medioevale sono stati assimilati elementi cristiano-evangelici senza . che il simbolismo pre-cristiano sia stato in alcun modo eliminato e nemmeno nascosto. La forza psichica e metafisica degli archetipi eterni attraversa le variazioni culturali passata e presente, e che può prefigurare il futuro dell’uomo molto di più del progresso scientifico. Riscoprirne le tracce non è opera di inutile erudizione ma conoscenza viva dell’oggi, previsione cosciente del domani. Le più antiche forme religiose delle popolazioni preistoriche veneravano una entità sovrannaturale femminile, la Grande Madre, che, in luoghi diversi ed attraverso i tempi ebbe, con le stesse caratteristiche simboliche, molti nomi. Già nelle prime espressioni grafiche e plastiche della storia del pensiero, nei graffiti preistorici, nelle sculture primitive, il culto della femminilità risulta uno dei primi temi religiosi dell’umanità, forse il primo dei suoi gradi archetipi. I misteri della fecondità e della nascita erano celebrati dai Celti nella venerazione della loro Grande Madre, ed il loro pantheon era chiamato Tuatha de Danann, il Popolo di Dana, la Madre. Il suo volto, che rischiarava il terrore della notte, era quello della Luna, che regolava le acque ed i cicli temporali, ma aveva anche un aspetto oscuro e più terreno, legato alle grotte, alle profondità ctonie della terra, all’energia tellurica che in certi luoghi era più potente e sensibile. Dove vi è oggi una Madonna nera, una volta vi era un santuario celtico, dedicato alla Madre. L’oscura Signora, Lupa, che cerca di contrastare l’arrivo in Galizia delle spoglie del Santo è forse l’ipostasi di Lugina o Lusina, la Regina degli Inferi, sposa di Lug il grande dio dei Celti e certo dimostra la difficoltà del cristianesimo a imporsi in questa terra. Ma l’imposizione di un nuovo culto non può avvenire senza l’assimilazione dei miti che lo precedono. Così gli apostoli di Giacomo hanno la visione di Nostra Signora, che non poteva essere la Madre di Gesù che noi conosciamo, dato che non aveva a quel tempo attribuzioni divine ed era tuttora vivente in Palestina. E come poteva esserle attribuita una barca ed a quale titolo? Chi era la Signora della barca? Erano le ruote raggiate il principale simbolo del popolo celtico. Ciò che per gli egiziani era la barca, per i Celti era il Carro, su cui i principali dei percorrevano il corso solare. Ma rimane ancora da rispondere alla domanda fondamentale: perché proprio la storia di Giacomo ha formato la leggenda medioevale e la costruzione del grande santuario di Compostella? Non dimentichiamo che in Iria Flavia romana vi era un tempio di Iside e che uno degli attributi di Iside era proprio la barca solare. Fra i reperti archeologi trovati in Gallia vi è una raffigurazione di Iside nella sua barca, con lo stesso attuale motto della città di Parigi (Par-isis)Fluctuat nec mergitur.[9] Il sincretismo romano ne aveva prodotto uno simile anche fra i Celti che avevano accolto tale divinità nel loro Olimpo. Anche a Saragozza la Signora del profondo, Lusina, divenne la Virgin del Pilar, perché i popoli possono dimenticare i nomi, ma non i luoghi del sacro. L’insistenza sul simbolismo del carro, nella leggenda medioevale di Compostella, ne rileva ancor più l’aspetto celtico. La leggenda cristiana, come molte altre, è forse una volontaria sostituzione, per coprire una realtà storica non gradita. La terra Galiziana fu percorsa, fin dagli ultimi decenni del IV secolo, dalla Gnosi, un pensiero religioso che univa le concezioni egizie del divino con quelle caldee, con le idee teurgiche del neo-platonismo e infine con l’interpretazione élitaria e criptica del messaggio evangelico. Sulpicio Severo ci tramanda che nella Galizia occupata dai Romani, nel 370 d.C., predicava un discepolo del maestro egiziano Marcus di Memphis. Questi fu processato al Concilio di Saragozza del 380, e condannato per eresia e perfino di magia e veneficio. Si trattava del più grande mistico della Galizia, Priscilliano, che visse nel IV secolo, proprio a Iria Flavia. La sua dottrina religiosa è stata, fino ai nostri giorni, la più grande espressione della spiritualità galiziana. L’Imperatore Graziano lo nominò vescovo di Avila. S. Girolamo lo definiva come un notevole studioso della dottrina zoroastriana dei Magi. Un Santo come Martino di Tours lo difese dalle accuse di eresia. Condannato per le sue idee dal Concilio, venne imprigionato e condannato a morte per decapitazione, a Treviri, nel 385. Tre anni dopo un gruppo di suoi discepoli galiziani andarono a Treviri per recuperarne il corpo e la testa. Fu sepolto in Galizia, nei dintorni di Iria Flavia, in un campo chiamato Arca Marmoricae, là dove sarebbe poi sorto il Santuario di Compostella. Durante l’impero di Teodoro il priscillianesimo fu sul punto di diventare la religione nazionale spagnola, anche attraverso la rivendicazione politica di un proprio re, ma l’accanita persecuzione del clero romano e dell’Imperatore Onorio lo costrinse ad occultarsi in attesa di tempi migliori. La tolleranza degli Svevi, che occuparono la Galizia, fece riapparire, dal 435, la diffusione delle idee gnostiche e platoniche e numerosi monaci orientali formarono quel particolare monachesimo galiziano che portò alla creazione della leggenda di Giacomo, essendo stato necessariamente rimossa la storia di Priscilliano. E perché proprio Giacomo e non un’altro Apostolo? Perché il Giusto ha anche le caratteristiche della regalità ed i galiziani volevano che rimanesse nel popolo la speranza dell’indipendenza nazionale e di un proprio regno. I santuari fondati dagli asceti e degli eremiti segnarono il cammino di Santiago, ed uno di questi solitari monaci, dal greco nome di Pelagio, nell’813 vide le luci sovrannaturali che indicavano una sepoltura. Sotto la maschera di Giacomo la luce dell’antica gnosi prosegue ancor oggi il suo cammino verso l’infinito. 2.      – I cercatori dell’Assoluto. Pellegrini e massoni sulla via di Compostela Lo scopo di questa breve ricerca non consiste nell’affermare la realtà di concezioni filosofiche e metafisiche che sublimavano un’espressione geografica come manifestazione del sublime e del numinoso, ma seguire semplicemente le tracce di chi, attraverso lo spazio ed il tempo ha cercato, sul percorso della Francigena e del cammino di Santiago, sulle strade celesti e su quelle terrestri, di allineare il proprio microsmo al macrocosmo universo. Colui che ricerca l’Assoluto, ha comunque in se stesso questa realtà, indimostrabile sul piano razionale, ma narrabile attraverso allegorie, simboli, anagogie e parabole infinite: chi percorse il grande cammino occidentale della Francigena alla ricerca del suo proprio oro interiore ci ha lasciato tracce non lievi del suo passaggio. Possiamo leggerne le testimonianze e consultare gli archivi, ma ciò che maggiormente ci interessa, i loro sentimenti, emozioni, e pensieri intimi e più ascosi sono perduti per sempre, se non a quella “immaginazione creativa” che Jung paragona all’antico concetto di veggenza. Il metodo storico, e l’introspezione, possono aiutarci a ricostruire un mondo scomparso, la cui interpretazione sarà comunque personale e fondata inevitabilmente su parametri attuali, ma reale e vivente sul piano mentale, perché le emozioni, i sentimenti, le istintività ed intuitività dell’umanità non sono cambiati negli ultimi cinquemila anni, o da quando la scrittura divise la preistoria dalla storia. Il mondo antico aggregava l’operatività di ogni mestiere in Corporazioni e Collegi, nel tradizionale concetto che nel lavoro materiale vedeva un’imitazione ed una compartecipazione alla creazione divina e all’opera di Dio nella natura. Nell’evoluzione storica questo concetto poi decadde e con esso decaddero anche le aggregazioni che lo supportavano. La permanenza storica, anche se puramente speculativa, delle Confraternite dei costruttori fino ad oggi deriva dal suo carattere sovranazionale ed itinerante, dalla necessità di grandi aggregazioni di ingegni, uomini e mezzi nella costruzione di opere che, in particolare nel medioevo, furono immense. Consideriamo che le fondazioni di una grande cattedrale si estendono fino a 10 metri sotto terra e che formano in molti casi una massa di pietra così considerevole che a volte supera quella visibile sopra il suolo. L’area della cattedrale di Amiens, che copre 7.700 m2, permetteva a tutta la popolazione di riunirsi in essa. Lo sforzo incredibile compiuto si può esemplificare considerando che una attuale città di un milione di abitanti dovrebbe costruire uno stadio di pari posti, mentre lo stadio più grande costruito con gli attuali mezzi copre 240.000 posti. Le antiche corporazioni latomistiche già in epoca romana avevano le stesse caratteristiche etiche e simboliche dell’attuale Massoneria e le invasioni barbariche non interruppero le attività collegiali dei costruttori e non ne lesero i fondamentali diritti acquisiti; ad esempio, con l’editto di Rotari, del 643d.C., i Massoni conservarono la libertà: infatti gli art.143 e 144 di quell’Editto concedevano il diritto degli uomini liberi ai Maestri Massoni, detti Maestri Comacini, i cui simboli fondamentali erano, come oggi, la squadra ed il compasso. Inoltre un loro particolare ornamento architettonico, detto il “nodo comacino” ricorda la “nappa dentellata” del Tempio massonico. Nelle regioni italiane in cui la legge romana era ancora in vigore si ritrovavano, in ogni susseguente epoca, le tracce delle “scholae” in cui le antiche costituzioni e finalità non avevano subito modifiche, se non formali. Infatti gli antichi dei, demonizzati dal cristianesimo, erano stati sostituiti da S.Andrea e S.Giovanni; i Lari ed i Penati dai Quattro Santi Coronati. La scuola italiana dei costruttori era talmente prospera, ricca di tecnica e numerosa di operai e Maestri, da inviare imprese in ogni parte d’Europa, soprattutto in Inghilterra, dove le Compagnie di Muratori percorrevano le strade di tutta Europa per raggrupparsi con altre, ed il loro carattere itinerante è ancor oggi tramandato attraverso il “Tour de France”, che gli attuali Compagnoni devono ancor oggi compiere per meritarsi la loro Maestranza La canne o bordone compagnonico, li accompagna ancora, come decine di secoli fa, nel loro viaggio. Una testimonianza fiorentina delle affinità fra gli artisti ed i pellegrini vede il ritratto il Tribolo – pittore manierista – nell’atrio della chiesa della Santissima Annunziata, con il bordone, e, sul cappello da pellegrino, la conchiglia di Saint-Jaques e il cuore dell’Ordine di Compostella. La particolare religiosità dei Massoni, che considera l’opera del costruire, sia materialmente che spiritualmente, come una sorta di collaborazione con la creazione divina, immanente e nel contempo trascendente nello spazio e nel tempo, ha lasciato i suoi particolari segni e simboli sulle più grandi costruzioni medioevali, ma anche sulle più modeste tappe di itinerario sacro, marcando ogni luogo in cui l’uomo ha cercato, e cerca ancora, le orme del divino sulla terra. La via lattea. Nicolas Flamel pellegrino di Compostella e Filosofo Ermetico. Una delle grandi tematiche metafisiche del mondo antico, e non solo di quello, è stata l’alchimia. La sua importanza non è quella di aver costituito i primordi della scienza chimica, ma di esser stata supporto di idee spirituali, attraverso una semiologia di tipo iniziatico, un simbolismo la cui profondità ha attratto l’attenzione di una nuova scienza del XX secolo, la psicoanalisi. L’oro cercato non era quello che si trova nelle miniere o nei forzieri dei potenti, ma la preziosa materia della mente, la trasmutazione di tutto ciò che vi è di vile, meschino ed oscuro nell’uomo in sentimenti più alti, pensiero più puro e più vicino a quello divino. Il pensiero positivista tende a considerare l’alchimia come un illusione, una chimera, o a relegarla fra le concezioni mistiche su cui non estende il suo giudizio. Ma ciò che fa muovere nella realtà materiale e spirituale ogni componente animica dell’uomo è sempre e comunque una realtà, molto più concreta, a volte delle grandi ideologie che hanno formato e prodotto la storia. Vi è un rapporto reale e simbolico assieme fra l’alchimia, la terra ed i cammini che la percorrano. Si potrebbe chiamare questo rapporto come una sorta di metageografia. Uno degli assiomi affermati “semper et ubique” dalla metafisica esoterica è quello del vitalismo universale, dell’anima mundi. Questo antichissimo assioma afferma che non esiste niente in natura che non abbia vita e coscienza di vita, un’anima che è considerata come una delle innumeri forme di energia dotate di forma e quindi di una sorta di individualità ed autocoscenza.. Così anche i minerali nel loro lentissimo e raggelato ritmo di vita, che si esprime in eoni di miliardi di anni hanno una loro anima, che può interagire con quella dell’uomo, la cui evoluzione ha dotato della massima forma di autocoscenza, l’intelligenza attiva, che è razionalità e logica. L’interesse degli alchimisti verso i miti cosmogonici si fonda sulla credenza che l’uomo fosse composto della stessa materia del modo, gli elementi, che si combinavano e si assimilavano in forme infinite. I metalli esprimevano simbolicamente questa proteica trasformazione evolutiva dell’anima mundi, secondo il loro grado di “maturità”, dal piombo grigio ed oscuro come il limo primordiale all’oro, luminoso e splendente come il sole nel cielo. Nell’oscurità delle viscere della terra, per cicli quasi eterni, i metalli maturavano trasformandosi ed evolvendosi i stadi superiori di perfezione. Accellerando i cicli naturali, gli alchimisti pensavano di poter far evolvere i propri metalli interiori fino alla massima potenzialità. Alcuni particolari luoghi potevano indurre, nella loro qualità di nodi energetici colleganti cielo e terra, questa maturazione e perfezione La persistenza attraverso il tempo, le culture e le religioni, della collocazione geografica dei grandi santuari, delle grandi mete religiose e metafisiche dell’umanità, deriva dalla conoscenza intuitiva, ma anche sensibile, di una energia metanaturale che emana da particolari luoghi, energia che può far “maturare” più rapidamente quell’indefinibile quidche nell’uomo produce superamento, ampliamento, realizzazione Fu così che l’alchimista Nicolas Flamel, lo scrivano del Cimitero degli Innocenti di Parigi, trovò la rivelazione della Grande Opera, l’interpretazione esatta di quel Libro delle Figure Geroglifiche[10] che aveva invano studiato per ventuno anni. Dopo il suo pellegrinaggio a Compostella, il 17 gennaio 1382, alla presenza della moglie Perenelle, ottenne la trasmutazione. Ma lasciamo che Flamel stesso ci narri la motivazione del suo pellegrinaggio a Compostella, con il consenso dell’amata moglie Perenelle ed il suo itinerario. “Perdute le speranze di riuscire mai ad intendere quelle Figure, feci voto a Dio e a S.Giacomo di Galizia, per chiederne l’interpretazione a qualche Sacerdote Ebreo, in qualche Sinagoga di Spagna. Allora, con il consenso di Perenelle, portando con me i disegni delle Figure, presi l’abito ed il bordone. Così mi si può vedere fuori di questa stessa Arca, in cui misi quelle Figure Geroglifiche all’interno del Cimitero, dove ho messo contro il muro, dall’una e dall’altra parte, una Processione in cui sono rappresentati, in ordine, tutti i Colori della Pietra, come dice questa iscrizione francese.

A Dio piace Processione

quando è fatta in devozione Così mi misi in cammino e finalmente arrivai a Montjoye e poi a S.Giacomo, dove, con gran devozione, adempii al mio voto. Dopo di ciò, al mio ritorno, incontrai nel Leon un Mercante di Boulogne, che mi presentò ad un medico ebreo di razza, ma poi convertito al cristianesimo, che abitava i quei luoghi ed era molto sapiente. Il suo nome era Maestro Canches. Quando gli mostrai le Figure che avevo portato con me, pieno di gioia e di meraviglia, immediatamente mi chiese se avevo notizie del libro da cui erano tratte. Gli risposi i latino, così come si era rivolto a me, che speravo di potergli dare buone notizie, se qualcuno mi avesse decifrato quegli Enigmi. A queste parole, preso dall’entusiasmo, cominciò a decifrarne l’inizio. Per non dilungarmi, dirò che era molto contento di sapere dove si trovava questo Libro, ed io di sentirne parlare. Certo, ne aveva sentito parlare a lungo, ma a suo dire, come di una cosa che si credeva ormai perduta. Decidemmo di continuare il viaggio insieme e dal Leon passammo a Oviedo; di quì a Sanson, dove ci mettemmo sul mare, per recarci in Francia. Il nostro viaggio era stato alquanto felice e, dopo essere entrati nel Reame, egli mi aveva già fornito la vera interpretazione della maggior parte delle mie figure.” Il viaggio di Flamel è senza dubbio reale, ma i suoi temi sono evidentemente simbolici. Il percorrere la Via Lattea, proiezione terrestre di quella celeste, è il cammino della conoscenza. Ognuno porta con se il proprio libro del non-conosciuto, dell’alterità, ed il Libro delle Figure Geroglifiche è quello degli archetipi che l’intelletto innatamente contiene, che la mente deve interpretare, per trovare la via d’uscita dal labirinto. S. Giacomo dal Bordone, parafrasi altissima del protettore dei viandanti, Cristoforo, il portatore del Fanciullo Ermetico, (o Crisoforo, il portatore dell’Oro) indica un’antica via verso un centro capace di riunificare l’antica spiritualità con la nuova, di assimilare l’alchimia egizio-alessandrina con la nuova gnosi, la cabbala, che nasce, o rinasce nella Spagna medievale. La sapienza di Ermete afferma che: “Molte sono le forme, una l’essenza”. Le grandi tematiche metafisiche del mondo antico si nascondono e nel contempo si rivelano nell’evo moderno, nelle maschere simboliche temporali che coprono lo stesso volto dell’Uno. Le stratificazioni storiche del grande percorso della Francigena, nella sua ricchezza infinita di luoghi in cui le teofanie si scoprono all’uomo che costantemente le cerca, non possono ingannare il pensiero simbolico, che comprende e supera il pensiero razionale. Se vi è un futuro possibile per l’uomo di oggi, immerso angosciosamente nei dubbi e nelle incertezze di ogni fine millennio, nella caduta delle illusioni in un progresso continuo ed inarrestabile, in una felicità socialmente assicurata e concessa, questo sarà in una dimensione in cui il mito sarà più reale della storia, più razionale della scienza, più produttivo della tecnica. Scritto da Fr. Vittorio V.


[1] Presso i Celti l’inumazione di personaggi importanti esigeva un carro decorato o una navicella rituale (arca).
[2] Vangelo Copto di Tommaso, XXIV, 28-30
[3] Epifanio Pan. 78,7,8)
[4] Apocrifi del Nuovo Testamento, Vol. II, UTET, Torino, 1977.
[5] Le Apocalissi Gnostiche, Adelphi, Milano, 1984, pg.53
[6]  Liber Sancti Jacobi – Codex Calixtinus, Madrid, 1965
[7] La Galizia è piena di pédron, antiche are celtiche o menhir.
[8] Sacerdotessa, indovina.
[9] Jean Marqués-Rivier, nella sua fondamentale opera Amuleti, Talismani e Pantacoli  (Mediterranee, Roma, 1984) riporta (pg.72) che anche in una chiesa di Bologna sono contenuti il battello di Iside ed una statua della Dea recante l’iscrizione Fluctuat nec mergitur. A Parigi, la città dei Par-Isis, esisteva, nell’area del giardino del Museo di Cluny, un tempio Isiaco, le cui rovine sono ancora visibili nell’angolo del Boulevard Saint Michel.
[10] Il Libro delle Figure Geroglifiche di Nicolas Flamel,  Mediterranee, Roma, 1990.
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