IL FLAUTO MAGICO – Una Favola Iniziatica per la Ragione

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1 – Introduzione

Secondo Atto “die Strahlen der Sonne”fvd

Sarastro: La luce del sole ha scacciato la notte,
distrutto il potere carpito dagli ipocriti.

Coro dei Sacerdoti: Oh iniziati, salute a voi!
La notte avete attraversato.
Grazie a Te, Osiride! Grazia a Te, Iside!
Ha vinto lo spirito forte!
Qui la bellezza e la saggezza siano coronate
con a premio una ghirlanda immortale!

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Così termina il Flauto Magico

Da queste poche parole si può effettuare la sintesi di tutta l’opera; si può infatti facilmente dedurre che una analisi dei “valori-base” espressi nello Zauberflöte può essere ricondotta all’enunciazione dei seguenti aspetti :

  • Il tutto ruota attorno ad una iniziazione.
  • Si registra un concetto di forte contrapposizione tra luce e tenebre.
  • Il premio riconosciuto per il compimento dell'”Opera” è l’ immortalità.

È quindi evidente che nel Flauto Magico ci si trova di fronte ad un’opera molto complessa, ove nel mentre vengono fatti numerosi richiami alla Tradizione Occidentale in piena affermazione nel Secolo dei Lumi, allo stesso tempo vi sono chiari riferimenti ad una tradizione (orale) egiziana. Come nella migliore tradizione di tutte le opere iniziatiche, anche questa si presta, ovviamente, a molteplici chiavi di lettura.
Vediamo quindi di capire di cosa parla lo Zauberflöte

2 – Un po’ di CONTESTO storiCO, per capire meglio

Intorno al 1600 in Germania, e più precisamente nel Palatinato, venne allo scoperto un movimento filosofico-religioso, che è poi divenuto la vera e propria pietra angolare di tutto il sistema iniziatico occidentale: la Confraternita dei Rosa+Croce.
Come è noto, questa pubblicò a Kassel nel 1614 uno scritto anonimo contenente due manifesti, la “Fama Fraternitatis” – il manifesto di fondazione della Confraternita – e la “Confessio” con i quali rese pubblici i suoi intenti di costruire una “nuova civiltà”, una vera propria riforma universale, fondata su valori diversi da quelli sino ad allora vigenti: si voleva un mondo in cui ci fosse più uguaglianza e che gli individui fossero valutati per ciò che valgono e non per ciò che socialmente sono. In breve: una filosofia sincretistica antesignana del movimento illuminista, di carattere ermetico-gnostico.
Grande divulgatore della Confraternita è Johann Valentinus Andreae, teologo e pastore luterano che nelle sue opere (basti ricordare la più famosa: “Le Nozze Chimiche”) fece ampi riferimenti alle accademie umanistiche (Leto, Ficino, Celtis ecc..) nonché alla cosiddetta “pansofia”, cioè quella filosofia universale o cosmica di tipo salvifica, rivelata, fondata sulla Bibbia e sulle scienze naturali occulte, quali: l’Alchimia, l’Astrologia e la cd. Quabbalah Cristiana, per sboccare, infine, come è ben noto, nella Massoneria.
Queste idee ampiamente rivoluzionarie per l’epoca (parliamo di oltre 100 anni prima della Rivoluzione Francese) e formulate – secondo la leggenda di Cristian Rosencreutz – intorno al 1300, trovarono ampio consenso e diffusione in tutta Europa1
In Francia la Confraternita aveva fatto una notevole pubblicità al Movimento tanto che nel 1622 apparvero sui muri di Parigi dei manifesti che annunziavano la costituzione di logge (“…soggiorno visibile ed invisibile”), e proclamavano il proprio credo.
Questo fermento innovativo conquistò – a partire dal precursore Paracelso – tutta la migliore cultura filosofica, esoterica e misteriosofica europea.
Da quel momento dalla originaria Fraternità dei R.C., sono sorte numerosissime organizzazioni locali a carattere strettamente rosicruciane. Basti ricordare, tra i tantissimi:
1710 – Sincerus Renatus (Samuel Richter) in Sassonia fonda la Società della Rosa Croce Aurea, con aggiunta la Capitolatio cioè le 52 regole.
1756 – In Inghilterra dalla fusione dei vari gruppi sparsi rosicruciane e dalla Massoneria porta alla nascita dell’Ordine dei Cavalieri Rosa Croce (o Rosa Croce dell’Aquila e del Pellicano).
1887 – In Inghilterra nasce l’Ordo Roris et Lucis (Hermetic Order of Golden Down).
1888 – Franz Hartman in Germania fonda l’Ordine della Rosa Croce Esoterica (fuso poi con l’Ordine dei Cavalieri Templari).
1889- Stanislao de Guaita fonda in Francia l’Ordine Cabalistico della Rosa Croce.
1890 – J. Peladan fonda l’Ordine della Rosa Croce e del Tempio.
1900 – Appare in America The Rocicrucian Folloship fondata da Max Heindel (si basa non più su aspetti ermetici ma piuttosto focalizza attenzione su aspetti astrologici).
1950 – Un ordine Rosicruciane o della Rosa Croce è presente in moltissime nazioni proponendo vie occultistiche.
E da tutto ciò è nata e si è modellata nel tempo la moderna massoneria, almeno come oggi viene comunemente intesa.
Come già rilevato, il concetto base di tutta la filosofia Rosa+Croce era insito in una “lettura” attenta ed articolata della Tradizione Occidentale, e quindi spaziava da una rilettura del cristianesimo, ad una valutazione diversa del movimento Templare, ad uno studio – per quanto possibile, date le modeste conoscenze scientifiche a disposizione – dell’antico Egitto, considerato come base dell’edificio iniziatico su cui poi tutti gli altri, in un prosieguo, hanno costruito.
La Massoneria del 1700 fece proprio il movimento rosicruciano e trasformò l’antica corporazione muratoria in una “nuova” società iniziatica, portatrice di valori tradizionali ed ermetici; in una sua consistente parte, inoltre, la Massoneria ebbe anche degli aspetti estremamente politicizzati, in quanto rifacendosi, in senso lato, proprio ai manifesti rosicruciani, ne dava un’interpretazione orientata sostanzialmente al “sociale”, e quindi propugnava una società diversa, più giusta.

Il Movimento Massonico degli Illuminati in Austria e Mozart

Da questa concezione “operativa” della massoneria trae ispirazione in Francia il movimento ispiratore della Rivoluzione Francese; in Austria, all’epoca di Mozart, analogamente operavano gli “Illuminati di Baviera”2 e poi in Italia si rileva- – sempre sulla stessa linea – l’apparire della Carboneria.
Ma la Massoneria mostrò nel contempo – come prima è stato rilevato, dal fiorire di tutta una serie di associazioni rosicruciane-massoniche – un interesse sempre crescente per la cultura misterica antico-egiziana e molte pubblicazioni in materia portano la firma di grandi massoni dell’epoca.
Il Barone Ignaz Edler von Born3, che è utile citare come esempio in quanto fondatore e Maestro Venerabile della loggia “Zur Waharen Eintracht” (“Alla vera Concordia” che Mozart frequentò come visitatore sin dal 1785 ), che era la più importante della capitale, pubblicò su una rivista massonica un saggio intitolato “Sui misteri egiziani” che mirava, in breve, a ricondurre le origini della massoneria ai riti arcani delle confraternite sacerdotali dell’Antico Egitto.
In Inghilterra, nel 1783, il Gran Maestro della Contea di Kent parlava diffusamente di tutta la conoscenza egiziana e, nello stesso periodo, Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, fondava a Parigi un culto massonico ispirato ad Iside; poco dopo ripete l’iniziativa a Roma ove la presenza del Vaticano gli risultò fatale: venne arrestato ed imprigionato a San Leo, ove muore prematuramente, senza prima aver dovuto subire una campagna diffamatoria ed infamante (a tale proposito basti pensare che, oggi, leggendo gli atti del processo istruito a suo carico, tutte le imputazioni mossegli, secondo il nostro diritto, non costituiscono reato).
L’ultimo quarto di secolo del ‘700 rappresenta il periodo di massima espansione della Massoneria Illuminata. Nel 1784 le Logge dell’Impero Absburgico erano 57 e solo in Austria se ne contavano 17, come risulta da fonti ufficiali.
Mozart entrò in Massoneria all’età di 28 anni, e più precisamente il 14 dicembre del 1784, nella piccola Loggia Zur Wohltätigkeit (Alla Beneficenza), arruolato dall’Illuminato Maestro Otto von Gemmingen (Antonius), amico del musicista da lungo tempo. La sua loggia “dipendeva“ dall’Illuminato Ignaz von Born (Furius Camillus), con il quale intratteneva intensi rapporti; si sa che nel 1783 von Gemmingen era stato ospite della loggia dell’illustre scienziato per tenere un discorso, in cui incoraggiava Born a proseguire nella lotta “contro gli errori del misticismo”.
Mozart percorse regolarmente i gradi della gerarchia massonica, passando da Apprendista a Compagno il 7 gennaio 1785, e infine, nella primavera dello stesso anno, gli fu conferito il grado di Maestro. Il musicista era assiduo frequentatore delle sedute, che si tenevano anche in altre officine. Come da prassi massonica, si firmava col nome completo della loggia d’appartenenza: “Mozart von der Wohltätigkeit” (Mozart della Beneficienza).
Il 1785 iniziano le persecuzioni da parte dell’Elettore di Baviera contro gli Illuminati. Preoccupato per le dottrine “rivoluzionarie” degli Illuminati e “per gli imbrogli” dei Massoni, anche Giuseppe II intervenne, l’11 dicembre del 1785, con un decreto proprio per limitare il numero delle logge viennesi, imponendo ai massoni di dichiarare il numero degli aderenti.
Nel gennaio del 1786 la loggia Zur Wohltätigkeit di Mozart si unì alle più influenti logge di Vienna, e cioè la Zur Gekrönten Hoffnung e la loggia Drei Feuren (Tre Fuochi), contando insieme circa duecento membri; tutti quanti vennero quindi incorporati nella nuova loggia Zur Neugekrönten Hoffnung (Alla Nuova Speranza Incoronata).

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Già nel 1731 l’abate Jean Terrasson pubblica a Parigi “Setos” e nelle logge massoniche questo romanzo sarà uno dei testi studiati con attenzione per tutti i significati connessi con i “segreti iniziatici” dell’Antico Egitto.
Il romanzo si inserì con forza nel contesto della cultura europea come fonte inesauribile per la Massoneria, che all’Egitto riconduceva molti dei suoi riti, sia per quei compositori, come Mozart nel suo Flauto Magico, che espressero con una o più opere il proprio fascino per l’antica civiltà egizia.
Il problema vero, in tutto questo contesto di valorizzazione dell’Antico Egitto come fonte di sapienza millenaria, è di capire come poteva questa corrente di profondi studiosi affermare – con cognizione di causa – qualcosa di serio circa la cultura iniziatica egiziana; basti pensare infatti, che le prime cose certe che si sono sapute in merito risalgono alla prima campagna napoleonica in Egitto ove, come è noto, attraverso il ritrovamento della Stele di Rosetta, Champollion riuscì nell’opera di decifrazione dei geroglifici (a tutt’oggi questa impresa viene considerata come un vero e proprio “miracolo scientifico”).
Evidentemente, poiché esistono delle corrispondenze numerose in merito a quanto non si sarebbe dovuto sapere prima della scoperta della scrittura egiziana e ciò che invece è stato a posteriori confermato, risulta evidente che deve esserci stata una tradizione “orale” che attraverso i secoli ha trasmesso, mediante le comunità Ermetiche, Rosa+Croce e quindi Massoniche, l’essenza, lo scheletro di certi insegnamenti, consentendo così ad una cultura millenaria di sopravvivere attraverso i secoli, a dispetto di devastazioni e sopraffazioni etniche al di fuori di ogni immaginazione.

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3 – Il Flauto Magico

Il libretto e la critica all’Opera

Il Flauto è l’ultima opera compiuta che Mozart abbia scritto.

Iniziato nel 1791, lo ha portato a termine nello stesso anno, dopo interruzioni di ogni genere (basti ricordare solo la Clemenza di Tito rappresentata a Praga nell’Agosto dello stesso anno e l’indimenticabile Requiem, lasciato peraltro incompiuto).
L’autore del libretto è Emanuel Schikaneder, massone anche lui, anche se certi suoi atteggiamenti, forse un po’ troppo disinvolti, lo fecero allontanare anzitempo dall’istituzione massonica.
Anzitutto bisogna escludere che il Flauto Magico sia un plagio, come è stato sostenuto da molti, e per lungo tempo.
La leggenda vuole che Schikaneder si fosse ispirato nella redazione del libretto dalla fiaba di J.A. Libeskind: Lulu, oder die Zauberflöte (Lulu ovvero il Flauto Magico), apparsa in un’antologia di fiabe e pubblicata nel 1786-89.
Ma attenzione: l’8 giugno del ’91 al teatro della Leopoldstadt, ha luogo la prima dell’opera di Perinet – con musica di Wenzel Müller – Kaspar der fagottist, oder die Zauberzither (Kaspar il fagottista, ovvero la Cetra Magica), opera questa tratta dalla stessa fiaba.
Schikaneder è talmente disperato per questa coincidenza – ed il fatto circola in modo clamoroso tra gli addetti ai lavori – tanto che sembra possa aver accettato l’offerta di un certo Ludwig Giesecke che gli avrebbe proposto un suo libretto, già pronto, in sostituzione e non sospetto di plagio rispetto all’opera di Perinet, ove i ruoli dei personaggi-chiave (la Fata e il Mago) sono invertiti.
Come siano andate di certo le cose, non si sa; sappiamo però che in parecchie edizioni del Flauto (compresa quella della popolarissima Reclams Universal-Bibliothek, fino alla seconda Guerra Mondiale), appare come autore del libretto proprio Ludwig Giesecke, al posto di Emmanuel Schikaneder.
Al di là, quindi, di come si siano realmente svolti i fatti e di chi sia l’effettiva paternità del libretto, resta sicuro che, come sopra già accennato, in quell’epoca c’era un notevole fermento riguardo alle tematiche misteriosofiche “egiziane” e che Mozart fosse profondamente inserito in un filone appassionante che era trattato dai migliori esoteristi appartenenti alle varie scuole tradizionali.
Da non dimenticare che lo stesso von Born (il Venerabile della Loggia cui apparteneva Mozart) era un cultore della materia e quindi non è assolutamente da escludere che l’ossatura dell’Opera sia stato scritta a quattro mani dal von Born e da Mozart e che la stesura finale del libretto sia stata affidata a Schikaneder (noto ed affermato librettista, attore e commediografo), personaggio comunque di pochissimo spessore iniziatico e quasi certamente non in grado di concepire un struttura così complessa, coerente, rigorosa e piena di significati come lo Zauberflöte.
Il Flauto Magico resterà comunque il vero e proprio cavallo di battaglia di Schikaneder: lo replicò per ben 223 volte nel solo Theater auf der Wien, che sotto la sua guida conosce un periodo d’oro.
Dopo la morte di Mozart, Schikaneder fece inoltre eseguire, tra il 1795 ed il 1798, tutta una serie di opere ricche di contenuti esoterici e magici: Lo specchio d’Arcadia; La montagna dell’inferno; Il figlio del re d’Itaca; Il Dardo magico, ovvero il gabinetto della verità; Le piramidi di Babilonia; ed infine una continuazione vera e propria del Flauto, Il labirinto, ovvero la lotta con gli elementi. Nel corso di 10 anni Schikaneder mette in scena circa 400 opere, balletti, tragedie e commedie. Il filone “misteriosofico” opportunamente sfruttato, gli ha reso veramente bene.
Forse Schikaneder non ha avuto tutto il plauso che si sarebbe meritato. Lui, in quanto uomo di talento, si è incontrato con il vero genio di Mozart. E nel confronto ne è uscito inevitabilmente, se non perdente, sicuramente secondo.
Ma come fu accolto il Flauto al momento della sua uscita?
Si sa per certo che non ci furono solo giudizi positivi. Un importante giornale di critica musicale tedesco4 dice che: “La nuova commedia di macchinari, il Flauto Magico, con la musica del nostro Maestro di Cappella Mozart…..non riscuote il plauso auspicato perché il contenuto e il linguaggio del pezzo sono troppo brutti”.
E da parte di alcuni critici viennesi si continua5: “..la musica e le decorazioni sono deliziose, il resto una farsa incredibile”.
Per contro si rilevano da subito numerosissime attestazioni di plauso e di giudizi entusiastici. Per citare solo parte tra i più illustri: il Flauto è l’opera mozartiana preferita da Beethoven, e da Göthe (che mise in scena il Flauto a Weimar), il quale ne rimase così entusiasta da scriverne il seguito; Wagner dopo una rappresentazione del Flauto annotò: “…il genio ha fatto qui passi da gigante, quasi troppo grandi, perché, mentre scriveva l’opera tedesca, ne stabiliva già, contemporaneamente, il capolavoro più perfetto, che non avrebbe più potuto essere superato”.

La vicenda ed i suoi contenuti

Analizziamo ora lo svolgersi della vicenda.
Come in tutti i libretti e romanzi degni della migliore tradizione, anche qui abbiamo:

  • Lui, l’Eroe – Tamino
  • Lei, la Fanciulla rapita e quindi da salvare – Pamina
  • la Madre di Lei, che soffre perché non ha più la figlia – La Regina della Notte
  • il Rapitore, cioè il Cattivo – Sarastro
  • L’Uomo di Natura – Papageno
  • i Personaggi Minori che ruotano attorno ai Protagonisti

Il cardine della storia, in sé, è molto semplice: Lui, l’Eroe, sollecitato dalla Madre della Fanciulla, deve salvare proprio la Fanciulla dalle grinfie del Rapitore.
Come premio la Fanciulla gli viene promessa in sposa. Ed in effetti, nel finale, in nostro Eroe ha proprio in sposa la sua Bella.
All’apparenza, quindi, siamo immersi nella più ovvia, trita banalità.
All’inizio del secondo atto, però, qualcosa ci mette in allarme: ci accorgiamo che il Rapitore Cattivo, non è in realtà tale e che la Madre della Fanciulla rapita, è in effetti la vera Cattiva.
Un vero e proprio rovesciamento di fronte!
Immaginiamoci il povero Eroe in che guaio si è andato a mettere, in che situazione complicata si viene a trovare, ove niente è più certo, ove le Tenebre diventano Luce ed il Perfido si rivela il Grande Illuminato.
Che le cose non siano semplici però, e che il tutto necessita di una interpretazione, ce ne possiamo rendere subito conto, all’inizio dell’Opera, senza attendere il secondo atto: l’Eroe messo di fronte alla prima difficoltà insita nel suo iter avventuroso non trova niente di meglio da fare che svenire.
E’ proprio vero! Sembra incredibile, ma il Nostro, aggredito da una specie di Mostro-Drago-Serpente, preso da subitanea, irrefrenabile, enorme paura, dopo aver tentato, invano, una improbabile fuga, invoca un disperato aiuto (per varie battute musicali) ed alla fine sviene di fronte al pericolo!
Dobbiamo tutti convenire che questo non è il comportamento che ci si attende da un Eroe che deve salvare la Fanciulla dalle grinfie del Cattivo Assoluto; in breve: per realizzare l’impresa si parte proprio male e, se le cose continuano così, ci viene il legittimo sospetto che la Fanciulla resterà prigioniera per tutta la vita.
Non anticipiamo però nulla e, prima di vedere come effettivamente si vanno a mettere le cose, proviamo a procedere con ordine nell’esaminare la struttura dell’Opera.

L’Overture

Parliamo anzitutto dell’Overture all’Opera, – overture che contrariamente a quanto fatto per il Don Giovanni, che è stata scritta alla fine dell’opera (e quindi riprende in modo quasi pedissequo il tema della scena finale) – nel nostro caso è un vero e proprio Proemio, una anticipazione di ciò che ci attenderà in tutto il corso del Flauto.
Anzitutto la tonalità: mi bemolle, tonalità preferita Mozart per le composizioni massoniche (il motivo di ciò non è molto chiaro; forse perché questa tonalità porta in chiave 3 bemolle?….).
L’attacco è significativamente solenne: cinque accordi ritmati con il tempo

0 – 00 – 00 (uno – uno/due – uno/due);

E’ evidente che le prime battute dell’Overture, in un’opera altamente simbolica come lo Zauberflöte, non possono che essere significative e anticipatrici dell’opera stessa e che la loro struttura non è il frutto solo di una brillante soluzione musicale.
La ritmazione del tempo è tipica nei rituali Massonici (ove, in funzione dei gradi, vengono eseguite “batterie” ritmate) e, nella fattispecie, quanto proposto da Mozart, sta a rappresentare una unità inserita in un doppio elemento “binario” cioè un principio maschile, attivo, che viene messo in relazione con un principio doppio femminile, ottenendo così il numero cinque, che è un numero estremamente “ambiguo”.
Il numero 5 è rappresentato, graficamente, dal pentacolo o stella a 5 punte, detta anche Pentalfa o Pentacolo Pitagorico. Se osserviamo i tarocchi rileviamo che il pentacolo (o seme di denari) rappresenta l’aspetto femminile; ma la quinta carta dei tarocchi raffigura “Il Papa” o meglio lo Hierofante vero e proprio Adepto (non Iniziato!) che riassume in sé tutte le forze, gli antagonismi e le potenzialità del Creato.
Abbiamo quindi nel numero 5 un concetto di unità degli opposti, una specie di ermafroditismo (sintesi etimologica tra Ermete – sapienza – ed Afrodite – amore) che tende a sintetizzare in una armonia “superiore” le apparenti diversità e contrapposizioni.6
Quindi ci troviamo subito di fronte alla presentazione del tema chiave di tutta l’opera, e cioè il ruolo della donna (intesa sia in senso fisico che nel senso archetipale di Grande Madre) nella realizzazione ermetico-alchemica della Grande Opera.
Continuando l’ascolto, a metà dell’overture, per lo sbigottimento dell’ignaro ascoltatore, avviene poi un fatto unico: un accordo pone apparentemente fine all’overture stessa ma, subito dopo (il tempo del nuovo attacco è a discrezione del direttore d’orchestra), partono tre accordi che vengono ripetuti per tre volte (in totale abbiamo quindi nove accordi distribuiti in 6 battute); il tutto con somma dieci (considerando nel conteggio l’accordo di apparente “chiusura”).
Dal cinque quindi dell’apertura dello spartito si passa al nove; dall’uomo inteso come essere potenzialmente androgino (ma ancora l’aspetto femminile è tutto da scoprire e da realizzare), si passa all’Uomo inteso come Adepto, come realizzato, come illuminato. Il dieci è il compimento dell’Opera, la rappresentazione dell’Albero Sefirotico della Creazione, è il risultato della Tetraktis Pitagorica7.

Il Corpo dell’Opera
Il nostro Eroe è un Principe e si chiama Tamino; l’abbiamo lasciato, come abbiamo visto, svenuto innanzi al pericolo (un serpente-drago che lo minacciava). Questo Drago viene ucciso da tre Dame, emissarie della Regina della Notte (la Madre della rapita) le quali, di fronte a Tamino svenuto, ne tessono le lodi (è bello, di gentile aspetto, nobile ecc…), e quindi, dopo i complimenti esternati, se ne vanno ad avvisare la Regina dell’accaduto.
Temporaneamente abbandonato dalle tre Dame, al suo risveglio Tamino, mentre si consola nell’osservare che il Drago è morto, vede avanzare una strana figura, coperta di piume, che porta una gabbia di legno sulle spalle, gabbia destinata ad accogliere gli uccelli catturati: è Papageno l’uccellatore della Regina della Notte.
Nel dialogo, abbastanza surreale e divertente che ha con Tamino, Papageno si mostra come è nella sua essenza: un brav’uomo, ma anche uno scaltro, che campa del proprio umile lavoro ed al quale (come verrà esplicitato meglio andando avanti nell’Opera) per vivere bene gli basta un buon bicchiere di vino e, se possibile, anche una bella Papagena con cui dividere le notti fredde.
Papageno rappresenta nell’opera l’uomo ordinario, l’uomo che vuole vivere in santa pace la sua vita di tutti i giorni, che vuole crearsi una famiglia e, soprattutto, per garantirsi la sua tranquillità, non vuole porsi troppe domande a cui deve dare scomode risposte.
Per ingraziarsi il Principe appena riavutosi dall’aggressione del drago, Papageno spara una colossale bugia: si vanta con lui di aver addirittura ucciso il serpente. Con le proprie mani.
In questo modo i profili di massima dei due protagonisti sono tratteggiati.
Questi due uomini, così diversi tra loro – l’uno un Principe di sangue Reale, l’altro un modesto cacciatore d’uccelli – si troveranno insieme, da questo momento in poi, ad affrontare lo stesso cammino, anche se poi vedremo che l’impresa avrà per loro esiti molto differenti.
L’uno, Tamino, è il Predestinato, l’Eroe, l’Iniziato, il futuro Adepto; l’altro, Papageno, è l’Uomo Comune, in fondo buono e generoso, ma che non vuole troppi problemi e che, durante il “cammino”, si renderà conto di essersi messo in un qualcosa oggettivamente più grande di lui e quindi non esiterà a ridimensionare il tutto per accontentarsi di una sana, tranquilla vita normale. L’essere eroico non fa per lui.
Presto ritornano le tre Dame della Regina che, sentendo Papageno vantarsi di un’impresa che non ha compiuto, gli chiudono la bocca con un lucchetto d’oro. Consegnano quindi a Tamino il ritratto di una fanciulla, Pamina, figlia della loro Regina, e spiegano allo stesso (che, nel frattempo, si è subito innamorato della ragazza riprodotta nell’immagine), che la fanciulla del ritratto è stata rapita da Sarastro – definito come un “demonio”- ed è sua prigioniera.
Tamino giura che la salverà, ed in quel momento tre colpi di tuono annunciano l’arrivo proprio di Astrifiammante, la Regina della Notte.

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Questa si presenta con un fragore di tuoni ed inizia con un canto straziante (con un tempo dispari di 3/4), di povera madre a cui hanno rapito la figlia. Poi, cambiando il tempo in 4/4 (molto più “virile” e deciso), abbandona il lamento della madre disperata per intonare un imperioso invito a Tamino a ritrovare sua figlia e, se tornerà vincitore, gli promette che potrà averla in sposa.
E qui siamo in presenza di una delle arie più belle, difficili – ed anche tra le più famose- che Mozart abbia mai scritto in cui è impossibile non essere affascinati.
Andata via la Regina le tre Dame consegnano a Tamino un Flauto che dicono essere magico (a fine Opera si apprende la natura alchemica di questo mezzo: è stato ricavato dalla radice di una quercia secolare, quindi di legno -elemento terra – in una notte di tempesta – utilizzando l’elemento aria per far vibrare i propri suoni, tra gli elementi acqua e fuoco) flauto che, a detta delle Dame, lo aiuterà a “…superare la sventura”.
Dopo aver liberato Papageno dal lucchetto, le Dame gli impongono di assistere Tamino nell’impresa e gli consegnano un altro strumento particolare: un Carillon d’argento.
Ad onor del vero, Papageno non è molto contento dell’incarico ricevuto, anzi, dimostra subito di avere un vero e proprio terrore solo nell’udire il nome di Sarastro, ma ben presto scopre, dietro a non troppo velate minacce, di non essere in condizioni di rifiutare. E quindi accetta.
Le Dame annunciano infine che Tre Fanciulli “dolci e teneri” scorteranno entrambi, poi, nel loro viaggio.
Questi tre fanciulli, personaggi di difficile interpretazione, in quanto molto “sfumati” come posizionamento nei contrapposti fronti – sono innegabilmente “buoni” ma vengono proposti dalla parte oscura della forza -, stanno probabilmente a rappresentare la saggezza pura che sta in noi (saggezza “di natura” ove le componenti energetiche polarizzate, il positivo ed il negativo, operano e convivono), che emerge al momento giusto quando ancora siamo innocenti e che, se ci prestiamo orecchio, può ancora guidarci nelle giuste scelte. Se non soffochiamo questa saggezza naturale che tutti possediamo (se riusciamo quindi a restare, evangelicamente, come fanciulli) avremo sempre nei momenti difficili della nostra vita un aiuto dalla parte più “innocente” che ancora vive in noi.
Dopo il clamoroso cambiamento di fronte che avviene nel secondo atto (cioè dopo che si apprende che tutto il clan Regina della Notte è dalla parte dei “cattivi”) i Fanciulli restano, infatti, dalla parte dei “buoni”.
Questa apparente contraddizione viene spiegata proprio dalla loro natura, fresca ed innocente. Esiste un momento in noi in cui la contrapposizione bene-male è un non senso, in cui le polarità contrarie sono riequilibrate e quindi si è aldilà di ciò che comunemente si intende per Bene e per Male.
Si rileva inoltre che i Tre Fanciulli tengono in mano una palma d’argento: questa sta a rappresentare (per il metallo ancora non perfetto, cioè l’oro), che la saggezza di natura, seppure trasmutatrice, ha un limite oltre il quale, se si vuole procedere, non può essere efficace; da quel momento in poi occorre utilizzare ulteriori “strumenti”.
Comincia così l’avventura di Tamino.
Questa avventura che, come vedremo ancora nel corso dell’opera, è naturalmente un’avventura iniziatica e come tale essa deve avere una finalità, uno scopo.
Qui lo scopo dichiarato, come abbiamo ripetutamente detto, è la liberazione di una fanciulla, prigioniera di un uomo malvagio. Chi sia realmente Pamina e cosa significhi realmente, però lo vedremo un po’ più avanti; per ora ci soffermiamo solo a rilevare che la vera Forza che spinge Tamino ad iniziare questa avventura non è il desiderio di gloria: è l’Amore.
In questo senso l’amore che spinge il nostro Principe non è solo l’amore per Pamina, ma è quell’amore “…che move il sole e l’altre stelle”, è l’amore che spinge l’uomo, non più comune, alla ricerca della propria identità, di quell’io più profondo che nasconde la Verità ed il Sacro.
Pamina, in questo contesto e secondo quest’ottica, non è altro che il mezzo che consente a Tamino di iniziare il “viaggio”, di intraprendere la cerca del proprio Sacro Graal interiore.
Torniamo ora di nuovo alla nostra storia.
Mentre Tamino inizia il suo viaggio verso il palazzo di Sarastro (che è in realtà il Tempio di Iside e Osiride di cui Sarastro è il Gran Sacerdote) vediamo che tre schiavi, agli ordini del “moro” Monostatos, luogotenente e tuttofare di Sarastro, tengono prigioniera Pamina.
Papageno arriva, per proprio conto, al Castello di Sarastro e scopre Pamina svenuta, in quanto Monostatos, tradendo la fiducia del suo padrone, le ha fatto delle profferte, quanto meno audaci.
Monostatos è certamente un personaggio ambiguo: carico di passione per Pamina, non esita a tradire la fiducia che il proprio padrone ripone in lui (avrebbe dovuto custodire Pamina), pur di appagare i propri desideri istintuali. E per di più, al momento della verità – e cioè quando la Regina della Notte deciderà di dare l’assalto al Castello di Sarastro- passa, rovinosamente per lui, dalla parte avversa, arruolandosi nelle file di Astrifiammante.
Come i tre Fanciulli che pur provenendo dalla Negatività sono portatori di fresca saggezza, anche qui abbiamo che dal Regno della Positività si stacca una scheggia di Male.
Un continuo rammentare di quante interrelazioni ed osmosi ci siano tra Luce e Tenebre e quindi come sia impossibile pensare di ottenere la realizzazione di un Assoluto che prescinda dalla componente binaria, complementare e contraria. A tutti i livelli di esistenza.
Papageno si incontra quindi con Monostatos e, guardandosi negli occhi, si spaventano a vicenda, ed ognuno fugge dall’altro. Quando Pamina si sveglia, Papageno, che le è rimasto accanto, le confida di essere mandato da sua madre, la Regina della Notte, e che un giovane che l’ama, senza averla ancora vista – se non in ritratto – verrà a salvarla.
Tamino intanto, guidato dai tre Fanciulli (che gli raccomandano di osservare le tre virtù fondamentali iniziatiche: Tenacia, Pazienza e Silenzio) giunge ad un bosco sacro e trova, davanti a sé, tre Templi, rispettivamente quello della Sapienza, quello della Ragione e quello della Natura.
Questa volta, coraggiosamente, Tamino decide di entrare nei templi, e bussa quindi prima alla porta della Ragione che si trova di fronte e quindi a quella della Natura, ma per due volte una voce che proviene dall’interno, gli vieta l’accesso al tempio.
Quando Tamino bussa quindi alla porta del tempio della Sapienza ove gli viene consentito di entrare8 e qui trova subito un Sacerdote, il “Fratello Oratore”, che inizia a conversare con lui, utilizzando modi sbrigativi, quasi bruschi, in un continuo “botta e risposta” (sottolineati da Mozart con tutta una serie di accordi dissonanti).
Il Sacerdote vuole sapere cosa ha condotto Tamino alla soglia del Tempio e cosa cerca, al che, quest’ultimo, risponde con fermezza e senza tentennare: “possedere l’Amore e la Virtù”.
Confortato da questa affermazione il Sacerdote ribatte (in modo provocatorio) che a lui sembra invece che Amore e Virtù non lo guidino mentre vendetta e morte lo conducano effettivamente al Tempio; al che Tamino precisa che si tratta solo di una “vendetta per l’iniquo”, riferendosi ovviamente a Sarastro.
A questo punto tutto il colloquio diventa estremamente ambiguo: l’Oratore gioca molto sulle parole e si rifiuta di rispondere direttamente alle domande di Tamino (che vuole, in sostanza, chiarimenti sul ruolo di Sarastro e su chi sia effettivamente), adducendo, per questa sua latitanza, a vincoli di giuramento sul Silenzio. L’Oratore, in pratica, si limita solo ad informarlo che Pamina è prigioniera, rifiutandosi, per di più, di dirgli se è ancora viva.
Sotto un profilo musicale, vengono eseguiti degli accordi di settima diminuita tenuti uno dietro l’altro in modo serrato sino a rendere l’incedere del colloquio quasi insopportabile; poi, all’improvviso, con una settima semplice, risolutiva, quando Tamino formula una domanda molto insidiosa: “Quando sparirai, o Eterna Notte, quando il mio occhio troverà la Luce?” la tensione svanisce completamente e l’Oratore pone fine al colloquio rispondendo: “Oh giovane, presto o mai”.
Al che l’Oratore spegne la luce e se ne va, lasciando Tamino solo.
A questo punto delle voci non umane (un coro che utilizza una melodia semplice e bellissima, che va a risolvere l’armonia, contrapponendosi in modo netto alla tensione precedente), avvertono lo sconsolato Tamino che Pamina è viva.
Finalmente qualcosa di concreto!
Venuto a conoscenza che l’oggetto del suo amore è ancora raggiungibile Tamino ha, come comprensibile, un’esplosione di felicità ed esterna quindi con il flauto la propria gioia.
Al suono del Flauto Magico intorno a Tamino accorrono animali d’ogni specie ad ascoltarlo -domestici e feroci- e tutti partecipano a questo vero e proprio inno alla vita ed alla gioia9.
Papageno ode il suono del Flauto Magico e prontamente gli risponde suonando il proprio flauto di Pan: in questo modo Tamino riesce a localizzarlo e si avvia verso di lui..
Papageno, nel frattempo, è riuscito a sottrarre Pamina a Monostatos suonando il carillon avuto in dotazione (che, magicamente fa desistere il Moro dall’inseguimento e lo fa danzare, insieme ai suoi armigeri). Significative le parole pronunciate, subito dopo, da Papageno e Pamina:
Se gli uomini buoni potessero
trovare dei campanelli uguali,
ogni nemico
scomparirebbe senza pena,
e senza di loro vivrebbero
nella più grande armonia
Risulta evidente che il carillon di Papageno agisce su tutta la sfera emozionale (il suo livello di coscienza), ed è in grado di tramutare l’inimicizia in amicizia. Nel cammino iniziatico la prima fase dell’operatività è proprio il controllo delle proprie emozioni, utilizzandole come mezzo per potersi esprimere e “dialogare” con il mondo delle senso percezioni, ma avendone sempre il controllo nel proprio campo di coscienza.
A questo punto, annunciato da una solenne marcia e da un coro trionfale appare un corteo che precede il carro di Sarastro, il Gran Sacerdote, carro trainato da sei leoni.
Qui la situazione si congela: i fuggiaschi si presentano innanzi a Sarastro e lo stesso Tamino avanza verso di lui.
In merito a quanto successo con il Moro, Pamina spiega al Gran Sacerdote che ha cercato non di fuggire dal Tempio ma di aver tentato di sottrarsi alle proposte di Monostatos. Questi, chiamato a rispondere dei propri atti, fa entrare Tamino, causa, a suo dire, della pseudo fuga della fanciulla.
Tamino, appena entrato vede e riconosce subito Pamina.
È subito amore a prima vista e grande abbraccio tra i due (Tamino: “…non è un sogno”; Pamina: “…lo credo appena”).
Sarastro, capito come si sono svolti i fatti, non crede nelle colpe che Monostatos vuole addossare a Tamino e Pamina ma, piuttosto, con un senso dello humor alquanto originale, chiama a sé il servo e gli comunica che vuole ricompensarlo e, subito dopo, troncando i ringraziamenti di Monostatos, ordina che lo stesso venga punito per le molestie a Pamina con settantasette frustate e che Tamino e Pamina vengano condotti al tempio delle prove iniziatiche.
Finisce qui la storia relativa a tutto il primo atto.
Vediamo di analizzare in maniera analogica ed iniziatica gli avvenimenti che si sono sin qui susseguiti.
La prima cosa che appare ai nostri occhi, come più volte è stato accennato in precedenza, il verificarsi di un completo ribaltamento di ruoli. Sarastro non è l’uomo malvagio come era stato dipinto dalla Regina della Notte, ma risulta essere invece un Iniziato saggio e sapiente.
Cosa hanno voluto dirci con questo gli autori dell’opera? Al di là dell’aspetto di “invenzione scenica”, tipica di un teatro del ‘700 ove gli “equivoci” erano l’elemento fondamentale dello spazio-tempo narrativo (basti pensare, per restare a Mozart, alle Nozze di Figaro con i funambolici scambi di ruoli…), forse il Flauto vuol significare anche che la vita, gli avvenimenti, gli uomini, le donne, e tutto ciò che compone questo nostro immenso universo non va preso così come APPARE ma che in realtà tutto ciò che ci circonda è solamente Maya, è illusione.
In realtà, la Regina della Notte e Sarastro certamente non rappresentano – come erroneamente asserisce qualche musicologo con un bagaglio di conoscenza massonica quanto meno approssimativa – la contrapposizione tra la massoneria femminile e maschile; piuttosto gli stessi stanno a significare la contrapposizione delle due grandi Forze che pervadono l’universo: la forza Negativa e la forza Positiva, tutte e due aspetti ed emanazioni dello stesso Principio (anche Sarastro ed Astrifiammante hanno un fondamentale aspetto in comune: sono marito e moglie ed hanno avuto una bambina, Pamina).
Nelle Logge Massoniche questo concetto di contrapposizione di polarità contrarie è infatti ripetuto – simbolicamente – più volte, anche a vari livelli.
La Regina della Notte, come già prima accennato, rappresenta la forza terrestre, di Natura, conservante, la Matrice che sviluppa sia la vita nel suo grembo, sia colei che genera la dissoluzione e la morte.
E’ la Natura, nutrice ma anche potenzialmente ostile, che consente, in definitiva l’Evoluzione ottimale.
Sarastro è la forza solare, illuminante, fecondante, di affermazione della vita. Ma attenzione: l’una forza senza l’altra non possono esistere e solo l’agire insieme di queste due forze consente l’esistenza della vita nell’universo10.
Per ciò che riguarda l’aspetto più sottile, spirituale, si può qui solo accennare che è attraverso la corretta comprensione e sintesi di queste due forze, che l’iniziato può realizzare e far vivere in sé quel principio vivificante e trasmutante – vero e proprio principio Solare Osirideo – che è il frutto di una iniziazione vissuta in senso reale e non ricevuta solo in modo virtuale.
Nel Tempio Massonico si rilevano a tale proposito numerosi esempi, in tutti i Gradi, di queste due forze; basti solo citare il tappeto a scacchi e le due colonne, la complementarietà a due a due dei quattro elementi, il Gabinetto di riflessione simbolo di “morte” come contrapposizione alla “vita”; quindi già a livello di Camera d’Apprendista viene proposto lo studio della legge delle polarità contrarie: il bianco senza il nero non può esistere; non ci può essere giorno se non c’è la notte, il caldo senza il freddo, il principio conservativo con quello realizzativo, e così via.
Sappiamo già dall’inizio che Pamina è figlia della Regina della Notte (e quindi anche Lei è un elemento di Natura), ma abbiamo appreso poi che Sarastro non la tiene prigioniera, almeno nel senso che comunemente viene dato al termine, in quanto Pamina, oltre che stare nel Tempio della Saggezza per essere difesa proprio da sua madre, è la carta vincente che Sarastro utilizza per far arrivare al suo Tempio Tamino, il Principe predestinato.
Come è possibile che un grande Iniziato come Sarastro faccia una cosa così, diciamolo pure, di un livello non eccelso? Che ricorra ad un sotterfugio per realizzare i propri scopi? Quale spiegazione si può dare a questo fatto?
Per comprendere questo paradosso occorre interpretare in un modo un po’ più “sottile” la figura della Figlia della Regina della Notte, e questa analisi verrà meglio affrontata più avanti, quando si avrà un quadro più completo di tutto il contesto dell’Opera e delle sue varie significazioni.
Per ora ricordiamoci che Tamino è accompagnato nel suo viaggio dai tre Fanciulli, che, come già prima accennato, portano in mano una palma d’argento: la palma è generalmente considerata simbolo d’iniziazione ed associata al maschile, mentre l’argento, come metallo, è associato alla Luna e quindi alla femminilità. Forse la fusione di questi due simboli vuole alludere proprio al fatto che questi Fanciulli agiscono da tramite tra due mondi che nella storia dell’opera sono apparentemente separati in modo netto, ma che in realtà si fondono e si compenetrano continuamente.
Il Flauto Magico che viene donato a Tamino, abbiamo visto, come prima lettura, è uno strumento che permette di addomesticare animali feroci: è come la lira di Orfeo, è cioè uno strumento che permette di sottomettere quelle forze proprie della natura che altrimenti l’uomo non saprebbe dominare da solo.
È chiaro che tutto questo è l’espressione simbolica di quella forza che Tamino troverà nella sua iniziazione e che saprà farlo passare da uomo comune a UOMO.

Il Velo incomincia a calare
Torniamo ad occuparci della nostra Opera, per vedere cosa ancora ci può dire.
All’inizio del secondo atto, in un palmeto presso il tempio, Sarastro annuncia ai 17 Sacerdoti lì riuniti (quindi: un totale di 18 convenuti), che un giovane si è presentato alla porta del Nord del Tempio e che egli “possiede virtù, discrezione e che sa fare del bene”.
Anche qui viene ripetuto il triplice accordo per tre volte, sempre a sottolineare una fase fondamentale del dialogo tra Sarastro e i Sacerdoti, questa volta solo con i corni.
Molto bella è la frase che Sarastro utilizza per definire una delle qualità di Tamino. Un Sacerdote domanda a Sarastro se Tamino, sarà in grado di superare le prove: “….temo per quel giovane. Se, oppresso dal dolore, il suo spirito lo abbandonasse..? Egli è un principe” ; Sarastro risponde: “Di più: è un Uomo!”. 11
Tamino e Papageno vengono quindi accompagnati al sagrato del Tempio e là vengono avvertiti che la “…conquista dell’amicizia e dell’amore” può essere per loro fatale.
Papageno, da parte sua, non esita a dichiarare che vorrebbe solo una Papagena ma, tutto sommato, è disposto comunque a procedere al rito di iniziazione.
La prima prova da superare è quella del Silenzio.
Rimasti soli nell’oscurità i due si trovano di fronte alle Tre Dame che appaiono dalle profondità della terra, le quali denigrando i sacerdoti e cercano in tutti i modi di spezzare il loro silenzio.
Inutile dire come Papageno inizi subito ad instaurare subito un dialogo con le Dame, prontamente redarguito in ciò da Tamino che, invece, fieramente, resiste a qualsiasi provocazione.
E’ evidente in questa fase del processo di iniziazione come le tre Dame rappresentino il “rigurgito” delle passioni emotive-mentali che ritornano e che provano ad imporre all’Iniziato un ritorno al comodo stato di profanità, nonché la segnalazione della difficoltà di tale prova che deve avere come presupposto una ferma convinzione di ciò che si sta facendo (l’Uomo-Natura – Papageno – infatti vacilla subito, mentre Tamino – più forte – riesce a non cadere nella provocazione).
In un immediato prosieguo le cose continuano a non andare troppo bene per Papageno; lamentatosi di non avere nemmeno un po’ d’acqua, gli appare una vecchia molto brutta che, nell’offrirgli da bere, dice di avere un amante di nome .….Papageno!
Il poveretto è così stupito da questo annuncio che butta addirittura via l’acqua ricevuta.
Ed ecco allora che appaiono i tre Fanciulli che offrono una tavola imbandita con a fianco gli “strumenti” magici a disposizione dei nostri due Eroi: il Flauto ed il Carillon.
Come è facilmente prevedibile Papageno incomincia subito a mangiare quanto trova mentre Tamino si limita a prendere solo il suo Flauto.
Papageno viene quindi bruscamente cacciato dal Tempio da parte dei Sacerdoti, in quanto non ritenuto idoneo a proseguire nella via iniziatica.
Ed ecco la prova più ardua per Tamino: arriva Pamina e, nonostante le sue suppliche, Tamino, per rispettare il Silenzio, non le rivolge la parola e quindi entra dentro il Tempio. Pamina disperata vuole suicidarsi con un pugnale ma i tre Fanciulli intervengono e le impediscono l’insano gesto, promettendo l’arrivo di un regno di luce e di amore.
La simbologia di tutto ciò è estremamente chiara ed in linea con la tradizione Massonica: le prove propedeutiche da superare creano una frattura tra il Predestinato – ovvero l’uomo pronto per la sua realizzazione- che dimostra fermezza e coraggio, e quindi è in grado di procedere oltre, e l’uomo ancora non pronto il quale cede facilmente ai richiami di una profanità, tutto sommato accattivante e carica di tranquillità, con i suoi valori ampiamente accettati e condivisi da tutti. E’ difficile rifiutare una “normalità” (famiglia, lavoro, conto in banca, vacanze…..), per sentirsi e volersi realizzar, invece, come un Puro-Folle.
I percorsi dei nostri due Amici, quindi, a questo punto sembrano proprio destinati a dividersi.
Tamino potrà infatti “andare avanti” nella via dell’iniziazione mentre il buon Papageno troverà una sua degna e sicura collocazione nel mondo profano.
Prima però di assestarsi ad un livello a lui consono, preso dalla disperazione di una solitudine feroce quanto iniqua, Papageno vuole suicidarsi. In uno straziato addio al Mondo, quando è tutto pronto, con una terribile corda sulle mani ed un albero di fronte, ecco che arrivano i tre Fanciulli che suggeriscono a Papageno di suonare il Carillon (magia naturale). Appare allora una deliziosa Papagena (anche lei ricoperta di piume) – che altri non era che la vecchia brutta prima rifiutata, ovviamente opportunamente travestita – che, nel duetto più simpatico e famoso dell’opera, gli promette amore ed una schiera molto congrua di piccoli Papageni.
L’uomo normale ha quindi trovato la sua giusta collocazione: seguendo i dettami di Natura si prepara ad affrontare una vita ove, nell’amore per la sua polarità contraria, contribuirà a propagare la specie e, sentendo i propositi di Papageno, anche in modo sostanzioso!
Seguiamo ora però il cammino di Tamino.

Gran Finale
Superata la prova del Silenzio, si procede nel Cammino.
Si esce dal Tempio, la scena cambia radicalmente ed assume delle evidenti connotazioni alchemiche: nello sfondo ci sono due grandi montagne, da una scende una cascata d’acqua scrosciante; dall’altra erutta il fuoco (ancora la presenza e l’unione dei contrari). Le rocce fanno da primo scenario che si chiude con una grande porta di ferro (l’accesso alla “via” non è tra i più agevoli).
Tamino è senza sandali ed è scortato da due Guerrieri sul cui elmo arde un fuoco.
I tre si fermano davanti ad una piramide ed i Guerrieri leggono a Tamino (sulle note di una severissima musica, note molto staccate, facendo ricordare nel suo complesso la solennità di un canto luterano) la seguente frase:

“Chi cammina su questa terra piena di dolori,
fuoco, acqua, aria e terra lo purificano;
se vincerà il terrore della morte
si librerà dalla terra al cielo.
Illuminato, egli potrà votarsi interamente
ai misteri di Iside”
I Quattro elementi Alchemici, le mortali quattro prove rituali vengono chiaramente menzionate, e ci si attende che Tamino sia in grado di superarle; questi infatti dichiara subito:
“Nessuna morte mi spaventa.
Nessuna morte mi impedisce
di agire come un uomo,
e di proseguire la via della virtù.
Apritemi le porte del terrore,
l’arduo sentiero io rischierò, sereno”
Tutto sembra pronto. Come oramai ci aspettavamo, lui, Tamino, non ha dubbi: vuole andare avanti, costi quel che costi, pur di proseguire sulla via della virtù. Tamino è quindi deciso ad affrontare, come si conviene, le prove.
Ma, attenzione! un grido, da lontano, si leva e tutti restano interdetti:
“Tamino, fermati! Voglio vederti”.
È Pamina che, seppure edotta dei pericoli cui andrà incontro, lo supplica di portarla con sé. Tamino è entusiasta dell’idea e chiede il permesso in tal senso ai Guerrieri i quali, incredibilmente (viste le severissime limitazioni poste in precedenza), non hanno nulla da eccepire; Tamino esclama:
“Sono felice, può venir con me,
non ci separerà più nulla,
neppure un destino di morte”
I Guerrieri quindi aggiungono:
“Entrar nel Tempio, lieti, mano nella mano.
La donna che non teme la notte né la morte
è degna di essere iniziata. ”
Tutti sono fermi.
A questo punto: chi risolve in modo pratico e brillante tutta la faccenda? Ovviamente Pamina! la quale dà al suo Tamino l’indicazione vincente (…. ma allora anche Lei sa?):
“…Ora suona il Flauto Magico,
che protegga il nostro cammino.
Mio padre, in un’ora incantata
l’intagliò dalla fonda radice
di una quercia annosa, fra tuoni,
fulmini, tempesta e scrosci.
Ma ora vieni e suona il Flauto,
e che ci guidi sull’orrida via”
Tamino e Pamina, confortati dalle note del Flauto Magico suonato da Tamino, procedono per il sentiero iniziatico da cui usciranno vittoriosi (“Con la potenza del suono attraversano lieti la notte tetra della morte” aggiungono i Guerrieri).
Il Flauto Magico, quindi, non solo riesce a modificare ed a tenere sotto controllo la bestialità, gli istinti più bassi, l’uomo animale; questo prodigioso strumento consente agli Iniziati di superare le prove terribili e mortali che loro spettano. Ed è singolare che il suggerimento dell’utilizzo di questo fondamentale mezzo non venga dalla “tradizione” – gli Armigeri, o Sarastro – quanto piuttosto dalla parte animica femminile dell’Iniziato.
Ebbene: quanto detto sopra, sono i contenuti che l’opera ci propone.
***

4 – Analisi dell’Opera
In una analisi attenta dello Zauberflöte, non ci si deve far fuorviare da interpretazioni accademiche – che giustamente, nel loro rigore scientifico, gli storici della musica, con profondo impegno, ci sottopongono – sia del libretto che della sua collocazione storica in un contesto molto complesso e dinamico.
Occorre ricordare una volta di più che il Maestro di Mozart, il von Born più volte citato, era uno scienziato di grande fama e, soprattutto, un membro di spicco del movimento degli “Illuminati di Baviera” fondati da Weißhaupt12, assumendo il nome di Furius Camillus, movimento poi trasformato in Rito Massonico. Come è noto, la gran parte – e comunque, sicuramente, il più importante aspetto – degli insegnamenti e dottrine attinenti alle associazioni misteriosofiche, non veniva di regola quasi mai messo per iscritto, lasciando la trasmissione della Tradizione alla comunicazione verbale, spesso da bocca ad orecchio, tra Maestro e Discepolo. Risulta quindi necessariamente riduttivo approcciarsi ad un’analisi dello Zauberflöte solamente secondo un metodo scientifico, appunto, accademico, di per sé ottimo e condivisibile ma, nel nostro caso, sicuramente incompleto in quanto non tiene conto di eventi, fatti e motivazioni che riguardano aspetti collaterali all’oggetto dello studio (e per di più poco conosciuti) ma, intrinsecamente, importantissimi ai fini di una corretta comprensione del tutto.
Occorre rammentare inoltre che in quel periodo, appena pochi anni prima della Rivoluzione Francese, c’era in atto tutto un fermento di fortissima protesta e scontento riguardo al sistema sociale in atto.
Lo strapotere della Chiesa (… ancora erano vivi i ricordi dei roghi e delle scomuniche “politiche”), unitamente alla sostanziale autorità assoluta esercitata da parte delle varie Corone Europee, rendevano insopportabile, a delle menti evolute, al di fuori dei vari condizionamenti esercitati e provenienti sia da parte “guelfa” che “ghibellina”, il mantenimento di uno status quo che si protraeva da sempre.
Per una larghissima parte degli intellettuali europei, occorreva modificare tutto l’ordine sociale, il che voleva dire, in sostanza, di garantire a tutti una dignità che derivasse dal fatto che si appartenesse al Genere Umano, e di abolire i privilegi ottenuti “per Grazia Divina” e consentire, quindi, a tutti, di avere almeno l’opportunità di uscire dalla condizione – spesso misera – dettata dalla condizione propria di nascita e quindi di poter, in un qualche modo, migliorare.
Questi concetti – che oggi ci appaiono banali per la loro generale condivisione – all’epoca erano dei pensieri altamente sovversivi, pensieri che hanno rappresentato i prodromi di una vera e propria serie di rivolgimenti, trasformazioni e rivoluzioni.
Questo è, a grandi linee, il contesto in cui si è sviluppato il movimento degli Illuminati.
E Mozart, e tutto il suo enturage “pensante”, faceva parte in modo attivo di questo movimento e quindi non deve stupire se nel libretto dell’Opera si trovano sia molti riferimenti iniziatici in senso tradizionale, sia affermazioni “eretiche” attinenti ad una visione della società profondamente diversa rispetto a quanto comunemente inteso a quel tempo, del tipo affermare che vale più essere un Uomo che un Principe (Sarastro, prima di convocare Tamino dopo la prova del Silenzio).

Pamina e Tamino
Nell’Overture dell’ Opera, Mozart, con i 5 accordi ritmati, ci mette in guardia sulla novità assoluta che verrà proposta nell’Opera: contrariamente a quanto avvenuto sino ad allora (…sino ad oggi!!) nel Flauto la Donna viene posta come elemento centrale della realizzazione iniziatica.
Se si va ad esaminare quale è stato per millenni il ruolo della donna nelle religioni monoteiste, rileviamo infatti una totale mortificazione del ruolo femminile. A partire dal concetto di “Dio Padre”, messo in contrapposizione con una “Dea Madre” pagana e progressivamente sostituitosi alla stessa (invece che integrarvisi), nei ruoli umani più intuitivi e semplici, ove la Donna non può essere Ministro di Dio, sino ad arrivare ad affermare che la Donna è lo strumento del Diavolo (sic!) o, solo fino a qualche centinaio di anni fa, asserire che la Donna non ha l’anima. La letteratura riguardo a tale argomento è sconfinata.
Ecco: Mozart ha voluto affrontare, insieme con i suoi Fratelli Massoni, questo millenario problema: cioè stabilire qual è il ruolo della Donna in un contesto di via iniziatica.
Come è stato accennato all’inizio di questo lavoro lo Hierofante, carta n. 5 dei Tarocchi, racchiude in sé il principio maschile e femminile. Ciò vuol dire che per il Realizzato, che ha realizzato le “Nozze Chimiche” tra il Re e la Regina (incesto filosofico) e che ha riunificato i due Mercuri, non esiste più una distinzione di polarità contrarie ma vive in una sintesi di “unicità” (alcuni chiamano questo stato Nirvana, Vacuità, Paradiso, Reintegrazione….).
Prima di questo stato esiste nell’Uomo (inteso come elemento dell’Umanità, uomo o donna), sia un elemento di natura femminile (nell’opera Pamina), sia un principio maschile (nell’opera Tamino).
Il Principio Femminile, rappresentazione archetipale della Terra, della Natura, della Dea Madre, è presente quindi in tutti noi, uomini e donne. Il Principio maschile, analogicamente, come elemento attivo e fecondante non può essere che presente sia negli uomini che nelle donne13.
Molto esplicito nel rappresentare la coesistenza dei due Principi Maschile e Femminile è il simbolo di Ermete, il Caduceo: le due correnti, attiva e passiva, simboleggiate da due serpenti, si intersecano più volte nell’unicità dell’essere mercuriale, che racchiude nel sue essere l’Unità nella duplicità.

3 mozart

Incisione tratta da Le Dodici Chiavi della Filosofia, di Basilio Valentino. Il Mercurio tiene in ciascuna mano un Caduceo,e si trova in perfetto equilibrio tra il Sole e la Luna. L’operazione alchemica è nella fase della fissazione del volatile (il Re – predestinato, ha sopra la corona il simbolo del mercurio lunare)

Il Principio Femminile, quindi, non è in definitiva che uno dei due aspetti coesistenti ed attivi dell’anima dell’uomo.

E qui, se si vuole comprendere meglio il tutto, è necessario prestare un attimo di attenzione per approfondire, di poco, il concetto di Anima.
Secondo la religione cattolica l’anima (dal latino anima, connesso col greco ànemos, «soffio», «vento»), viene creata da Dio assieme al corpo all’istante del concepimento di una nuova creatura ed è la parte spirituale ed eterna di un essere vivente, separabile dal corpo, poiché distinta dalla parte fisica; alla morte del corpo l’anima si separa diventando immortale.
La religione cattolica ha accettato questa teoria espressa dalla maggioranza ortodossa al concilio di Costantinopoli del 55314, respingendo le tesi di Origene in cui l’anima veniva considerata eterna in quanto facente parte di Dio e quindi considerata energia spirituale creativa senza origine ne fine.
Da ciò ne deriverebbe, sempre secondo Origene, l’esistenza di una grande Anima Universale15, o anima di Dio, in cui da vita a tutto l’universo, tutto il creato,e dalla quale fanno parte tutte le anime individualizzate che danno vita agli umani.
Il principio espresso da Origene afferma che l’uomo è sempre unito con Dio eternamente attraverso l’anima e che l’anima esiste prima di qualsiasi corpo in quanto, come Dio, non ha né origine né fine.
La religione cristiana ufficiale sostiene, quindi, a far tempo dal Concilio di Costantinopoli, che tutti noi abbiamo un’anima, e ciò è senz’altro vero, in senso letterale; ma l’anima di cui si sta cercando di capire la natura ed il suo collocamento rispetto alla Natura e, in definitiva, rispetto a Dio, non è certamente un’anima “preconfezionata” ad uso e consumo di un nuovo essere umano che nasce. Su questo aspetto la Tradizione Ermetica è in profondo disaccordo con il canone cattolico in materia.
Secondo quest’ultima, infatti, occorre distinguere tra l’anima “animale” – sintesi e somma di tutte le esperienze vegetative di natura dell’individuo, presente in tutti, e che non viene tramandata attraverso pluralità di esistenze – e ciò che in Alchimia viene chiamato il principio Mercuriale16.
In questa sede si può solo accennare che il Mercurio è quel quid di esperienze che l’Uomo è riuscito a sviluppare, riuscendo così a formare, finalmente, un’anima individualizzata che si distingue dall’anima “animale” proprio perché, a partire da questo momento, si inizia a costituire l’Uomo Storico; il processo di individualizzazione cioè, consente all’Anima di non ritornare, sotto un profilo energetico, nel “serbatoio” universale da cui proviene ma inizia, invece, ad accumulare esperienze proprie, individuali, in modo da procedere, in modo autonomo, nel cammino della propria evoluzione.
In considerazione del fatto che l’Uomo è riuscito, a questo punto, a conglobare ed equilibrare le due forze dell’universo di cui si è già parlato, ha una coscienza “mercuriale” più sviluppata dell’uomo normale e quindi, in altri termini, possiede quella che viene anche chiamata “coscienza vigile”.
Questo aspetto del Mercurio viene accumulato lentamente, nel corso dei secoli dall’Anima che, attraverso molteplici esistenze ed in una continua palingenesi, si arricchisce sempre di più e quindi tende a perdere, gradualmente, la propria animalità istintuale, legata fortemente all’aspetto fisico. E’ da ciò che riusciamo a percepire l’Uomo Storico, che intuiamo esistere “dentro” un Iniziato, ed è proprio questo Mercurio che gli da spessore, forza, magnetismo, vero e proprio magnetismo integrale.
E’ questo Mercurio, che è la somma e la sintesi di tutte le vere esperienze significative che hanno marcato l’individuo nell’arco di tutta la sua millenaria esistenza, che ci rende diversi gli uni dagli altri e che posiziona, in modo oggettivo, tutti gli esseri umani in modo differente nella scala evolutiva.
Ad onor del vero, oltre alla Tradizione Ermetica che è stata appena accennata, anche varie religioni antiche e filosofie moderne hanno molteplici distinzioni “qualitative” rispetto alla natura ed il ruolo che si ritiene abbia l’anima; qui di seguito se ne fornisce solo qualche breve accenno, al solo scopo di chiarire meglio di cosa si stia parlando:
a) Egizi
Ackh, principio di vita assoluto, rappresentato da un ibis (anima mercuriale)
Ba, l’anima sottile, aerea, rappresentata, a volte, da un uccello con la testa umana. La sopravvivenza dell’anima avviene solo se il Ba riesce a non dissolversi
Ka, il doppio del fisico, molto legato alla sfera animale, rappresentato da due braccia alzate
b) Baluba
Mujanji, veicolo grossolano che guida la vita animale
Mukishi, veicolo dei sentimenti e dell’intelligenza inferiore
M’vidi veicolo dell’intelligenza superiore e dell’intuizione. La reincarnazione è possibile solo quando si riuniscono tutti i tre corpi animici
c) Cinesi
Shen, il genio, la particella divina presente nell’essere umano Questo dualismo si intreccia, ovviamente, con il grande dualismo della cosmogonia Tao fondata sull’opposizione-complemento dei principi Jin e Yang.
Kuei, l’anima più pesante resa tale dai desideri della vita
d) Ebrei
Nella Qabbalah e nello Zohar l’anima è triplice, composta quindi da tre elementi fondamentali: nefesh, ru’ah, e neshamah. Essi sono solitamente spiegati in questi termini:
Nefesh – rappresenta la parte inferiore o “funzioni animali” dell’anima, cioè gli istinti e funzioni vitali. Si trova in tutti gli uomini, ed entra nel corpo fisico al momento della nascita. È all’origine della natura fisica e psicologica. Dopo la morte, il Nefesh si dissolve
Le altre due parti dell’anima qui sotto descritte, non esistono dalla nascita, ma si creano lentamente col passare del tempo. Il loro sviluppo dipende dall’agire e dalle credenze dell’individuo ed esistono in forma completa solo negli individui spiritualmente avanzati .
Ruach – Anima mediana, o spirito. Consiste nelle virtù morali e nella capacità di distinguere il bene dal male. Nel linguaggio moderno può essere accostata al concetto di psiche o ego. Dopo la morte Ruach si trasferisce in una sorta di stato intermedio dove è sottoposto ad un processo di purificazione ed entra in una specie di “paradiso transitorio”.
Neshamah – Anima superiore, il Sé più elevato. E’ l’elemento che caratterizza e distingue l’uomo da tutte le altre forme di vita. presiede l’intelletto, e permette all’uomo di godere e beneficiare della vita dell’aldilà. Questa parte è comune ad ebrei e non ebrei al momento della nascita. È la parte che permette la consapevolezza dell’esistenza e presenza di Dio. Dopo la morte Neshamah ritorna alla sua fonte, il mondo delle idee platonico.
Come si può quindi rilevare – solo da quanto affermato sotto un profilo rifacentesi alla Tradizione ermetico-alchemica e quanto brevemente accennato riguardo alle differenti posizioni di alcune religioni e credenze rispetto alla natura ed all’esistenza dell’anima – il problema è immenso e sicuramente non riducibile a battute semplicistiche ovvero a mere esposizioni di dogmi; d’altro canto sul concetto di “anima” sono stati scritti libri, come si è già accennato sono stati indetti Concili, dispute, tavole rotonde, convegni……
Così come le varie Religioni ci dicono che l’Anima ha vari aspetti ed anche vari “livelli”, anche il nostro Mercurio, come rappresentazione dell’Anima, è multiforme e si può dire, in estrema sintesi, che per sua natura è duplice. Da una parte è indifferenziato (mercurio “di natura” che contiene in sé il principio di vita comune a tutti gli esseri ed a tutte le cose), e si manifesta nelle infinite forme di vita di Natura, quindi patrimonio di tutti; dall’altra il mercurio presenta anche un aspetto “personalizzato”, cioè un qualcosa che si può ottenere solo attraverso una vera e propria “incisione” nello stesso, di principi, di valori universali ed assoluti.

Tornando ai personaggi dello Zauberflöte, e restando nella simbologia alchemica, si osserva che Pamina quindi, rappresentando il Principio Femminile, incarna l’aspetto mercuriale: l’Anima evoluta pronta per essere impegnata nel lavoro risolutivo che attende l’Iniziato.
Tamino, da parte sua, è l’Uomo “integrato” (ovviamente, come già sopra affermato, inteso nel senso di essere umano, sia quindi come uomo che donna, senza distinzione di sesso), che è giunto, attraverso una lenta maturazione, che si è protratta attraverso molteplici esistenze, ad acquisire una forte coscienza individualizzata (tale da consentirgli di mantenere la propria “identità”17 nei successivi cicli di rinascita), e quindi di pervenire, successivamente, ad uno stato evolutivo tale da poter vivere in modo sempre più completo ed approfondito in contatto ed in armonia con il proprio Sé.
In questo lento processo di “crescita” interiore Tamino è finalmente arrivato al punto in cui è in grado di Capire, e quindi di non subire più la Natura “ostile” che, attraverso le continue prove – spesso terribili – con cui lo saggia, lo fa evolvere; piuttosto è giunto il momento in cui è lui stesso che diventa sempre più artefice della propria evoluzione, attraverso un cammino Ermetico costante, duro, irto di ostacoli, ma percorribile; è in questo senso, quindi, che l’Uomo, da vivere la realtà di un semplice essere umano, diventa un “predestinato”18.
Solo dopo un lungo, costante e proficuo lavoro di sgrezzamento della propria Pietra interiore (in genere questa fase di “allineamento” del Quattro Corpi Ermetici – Terra, Acqua, Aria, Fuoco – viene definita anche come “purificazione”), si può ambire ad iniziare il cammino Regale. Ed è proprio questa via Regale che potrà portare alla completa levigazione della Pietra Grezza, su cui viene infine “costruita” la definitiva Piramide massonica; in linguaggio alchemico, cioè, trovare la Pietra Filosofale.
Ma il cammino Regale, per poter iniziare e quindi procedere, deve ricevere un impulso determinante, deve ricevere l’azione di un catalizzatore essenziale, senza il quale la reazione “chimica” non avviene; nel Flauto, appena vede il ritratto di Pamina, Tamino rimane ammaliato dal forte richiamo che proviene da parte della propria Anima, la riconosce e se ne innamora subito; l’Anima si trova nel Tempio dello Spirito (nel castello di Sarastro, al sicuro dalle influenze dei principi inferiori) è pronta per iniziare la propria “avventura” attiva Ermetica e vuole che la parte ancora “bassa-animale”dell’individuo possa salire a Lei.19
In altri termini: se la nostra Anima non è pronta e non ci chiama (e quindi dentro di noi non sentiamo lo stimolo – a volte ossessivo – del sapere ad ogni costo, e non si sviluppa, nel contempo, la ferrea volontà di andare avanti nel proprio Ascenso, nella ricerca del Bene, del Vero e del Bello), non può avvenire nulla, e noi restiamo necessariamente allo stato di semi-profano.
E quindi, poiché Tamino è il Vero Iniziato che dovrà portare Legge ed Armonia nella Terra, deve necessariamente avere in sé vivente, in forma attiva, polluente, la propria polarità contraria: quella lunare (ed in ciò deve superare lo stesso Sarastro il quale, invece, è in lotta con la sua Sposa, la Regina della Notte).
In termini alchemici: senza le “Nozze Chimiche” e senza il matrimonio tra il Re e la Regina l’Opera non può essere compiuta: questa si può compiere solo unendosi con la donna-anima.
Da non trascurare, inoltre il fatto che Pamina non deve superare alcuna prova prima di affrontare il decisivo confronto con il Fuoco e con l’Acqua (ricordiamoci cosa hanno detto gli Armigeri: prova mortale).
E questo perché? Come mai Tamino deve fare tutta una serie di passaggi propedeutici alla prova finale (onde avere qualche speranza di successo), mentre Pamina arriva armata solo del suo Amore e, insieme all’amato e con il supporto del Flauto, riesce ad essere comunque vittoriosa? Il tutto, poi, con la benedizione dell’Ufficialità Tradizionale, rappresentata dai due Guerrieri, veri e propri Guardiani della Soglia?
La risposta può essere solo una: a Pamina non servono le prime prove in quanto ciò che dovrebbe sviluppare in sé, per avere poi maggiori garanzie di successo, è già presente in Lei, cioè a dire, in altri termini: la donna è la rappresentazione animica dell’uomo e la stessa, per sua costituzione, ha delle “qualificazioni” in più rispetto all’aspetto uomo (inteso come principio mentale-emozionale-corporeo), che le consentono di non praticare alcuni passaggi del suo cammino.
Da una lettura attenta dello Zauberflöte si rileva quindi che i Maestri Illuminati che lo hanno concepito (si dà qui per assodato che il libretto dell’Opera non sia il frutto di un solo estensore, quanto, piuttosto, un lavoro di gruppo), ha voluto lanciare un messaggio molto chiaro: l’iniziazione è un punto di partenza per la via Regale per l’Essere Umano, senza distinzione tra uomo o donna; addirittura la Donna può avere un percorso iniziale più “agevole” avendo già in sé alcune qualificazioni assenti nell’Uomo.

5 – L’OPERA E’ FINITA
L’Opera termina con il trionfo dei nostri due Iniziati (o si tratta di un iniziato “duplice”?) che, superate le prove, ricevono l’omaggio del coro dei Sacerdoti (che abbiamo già riportato nell’introduzione):
“Oh iniziati, salute a voi!
la notte avete attraversato.
Grazie a te Osiride
grazie a te, Iside!
Ha vinto lo spirito forte!
Qui la bellezza e la saggezza
siano in premio coronate
con una ghirlanda immortale”
L’Iniziato si è trasformato in un Adepto, in un Rebis20 e quindi ha compiuto il primo, decisivo passo per la conquista della propria “immortalità”.

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La favola “egiziana” per la Ragione è finita.

Appendice 1

Ingnaz Von Born

Ingnaz Von Born

Educato in un’università di Gesuita a Vienna, per sedici mesi fu un membro dell’ordine. Presto però l’abbandonò e studiò legge all’Università di Praga. Viaggiò lungamente in Germania, nei Paesi Bassi ed in Francia, studiando, nel frattempo, mineralogia, e al suo ritorno a Praga nel 1770 entrò nel Dipartimento Miniere e Zecca.
Nel 1776 fu incaricato da Maria Teresa di riordinare il Museo imperiale a Vienna (oggi Naturhistorisches Museum), dove fu nominato nel consiglio delle miniere e zecca, e continuò a ricoprire tale incarico fino alla sua morte.
Fu un valente scienziato ed inventò un metodo per l’estrazione dei metalli attraverso processi di fusione nonché altri miglioramenti riguardo altri processi tecnici. Le sue pubblicazioni includono anche Lithophylacium Bornianum (1772-1775) e Bergbaukunde (1789), inoltre molti cataloghi museali.
Von Born conosceva molto bene il latino e le lingue moderne principali dell’Europa, nonché molti rami di scienza non connessi con la metallurgia e la mineralogia. Prese inoltre parte attiva nei cambiamenti politici in Ungheria.
Dopo la morte dell’imperatore Giuseppe II, la dieta degli stati dell’Ungheria conferì i diritti di cittadinanza a molte persone che erano state favorevoli alla causa degli ungheresi, e, fra gli altri, fu riconosciuta la cittadinanza anche a von Born.
Nel 1771, von Born fu nominato membro straniero dell’Accademia svedese e Reale di Scienze.
Molto nota ed importante fu la sua appartenenza alla Massoneria. Presentò Mozart di cui divenne il mentore iniziatico.
Alcuni sostengono che Mozart si ispirò proprio alla figura di von Born per “disegnare” il personaggio di Sarastro nel Flauto Magico.
Von Born è stato anche il referente della Loggia degli Illuminati per l’Austria, ed era anche un simpatizzante delle idee illuministe di Gotthold Ephraim Lessing.
Pubblicò infine, nel 1783, anche una satira anticlericale chiamata Monachologien ove i monaci vengono dipinti come fossero una razza a parte, una sorta di mistura tra la scimmia e l’uomo.
Appendice 2

Gli Illuminati Germaniae
Il 1° maggio 1776 un ventottenne professore di giurisprudenza dell’Università dei Gesuiti di Ingolstadt in Baviera, Adam Weißhaupt, radunava attorno a sé i primi aderenti di un nuovo ordine, gli Illuminati Germaniae od Ordo Illuminatorum., Gli aderenti all’ordine, al momento dell’ingresso nello stesso prendevano uno pseudonimo, o meglio, un nome iniziatico.
Per sé Weishaupt scelse il nome dell’antico ribelle trace Spartacus mentre ai suoi quattro discepoli adattava i nomi classici di Ajax (al secolo: Massenhausen), Tiberius (Merz), Agathon (Bauhof) e Sutor (nome originale ignoto).
Negli anni successivi l’Ordine si sviluppò secondo il criterio dei cerchi concentrici, spesso occupati da personaggi di chiara fama del mondo politico e culturale del tempo, quali Goethe (Albaris), Von Born, Mozart, Herder (Damasus Pontifex) o il principe Ferdinando di Brunswick (Aaron) Gran Maestro della Stretta Osservanza Templare.
Protagonisti di prima grandezza dell’Ordine furono Saverio Zwack, il cui nome di battaglia era quello di Filippo Strozzi successivamente mutato in Catone, ma soprattutto il barone Adolf Franz Friedrich Ludwig Freiherr von Knigge, alias Philon, già allora famoso in ambito massonico, il cui apporto all’organizzazione fu decisivo.
Il nome prescelto di “Illuminati” era di uso comune presso gli gnostici dei primi secoli e venne precedentemente adottato da una setta germanica praticante, verso il 1400, il satanismo..
Secondo lo storico francese Jean Lombard invece, il nome era di origine manichea, setta gnostica che si proclamava illuminata dal cielo. Per rifarsi più direttamente a questa tradizione, i nuovi “Illuminati” adottarono l’era persiana il cui inizio era fissato al 630 d.C., stabilendo quindi l’anno 1146 come data di fondazione dell’Ordine
Simbolo dell’Ordine fu la piramide di pietra tronca suddivisa in tredici piani e sovrastata dall’occhio onniveggente dei culti esoterici egizi; alla sua base, incisa in lettere romane, la data di fondazione. Il simbolo venne successivamente fatto proprio dalla massoneria dopo la “messa in sonno” dell’Ordine nel 1786 e riapparve nel 1919 come emblema del British Israel, poderosa organizzazione che riprende gli intenti e i fini sinarchici degli Illuminati.
Infine la stessa piramide domina il Gran Sigillo USA21, ufficialmente adottato il 20 giugno 1782 e ripreso nel 1935 sul biglietto da un dollaro con il tronco di piramide sovrastato dall’occhio onniveggente dove spicca il motto programmatico della Contro Chiesa: Nuovo Ordine dei Secoli. La data del 1776 incisa sul basamento non è quella della fondazione degli Stati Uniti, come comunemente si crede, bensì quella della nascita dell’Ordine degli Illuminati.
Altro aspetto interessante simbolico adottato dagli USA è il simbolo del dollaro, risultato della composizione di un bastone e di un serpente che si avvolge su di esso: il significato del primo è quello di comando e signoria, mentre il serpente ascendente evolutivo sta a significare il progresso conseguito attraverso la potenza del denaro – progresso inteso nell’accezione di cammino verso il Governo Mondiale. Per l’importanza di tale simbolo basti ricordare come Cagliostro aveva come suo sigillo proprio un serpente infilzato da una freccia obliqua.

Simbolo del Dollaro

Simbolo del Dollaro

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Sigillo di Cagliostro

La piramide ha 13 gradini, simbolo dell’iniziazione rosicruciana; il cartiglio sottostante contiene un evidente errore ortografico introdotto ad arte affinché la scritta Novus Orda Seclorum risulti composta di 17 lettere inv
ece di 18. A rigore dire seclorum non sarebbe errato: secolo in latino si scrive più comunemente saeculum. Non manca neppure la forma seculum che analogamente potrà fare seclum. Nel dollaro si è dunque fatto ricorso alla forma più inconsueta del vocabolo.

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Il significato simbolico del numero 17 è, infatti, “privazione della perfezione celeste”, altrimenti rappresentata dal numero 18. ANNUIT COEPTIS (13 lettere….) significa “approva le cose iniziate”, composta da pietre “squadrate”, trasformate dal “Grande Architetto dell’Universo” a rappresentare la nuova umanità degli iniziati in contrasto con la “pietra grezza”, informe, dei comuni mortali.
L’Illuminatismo proclamava di perseguire “la distruzione degli abusi che s’erano introdotti nell’organismo sociale; il mezzo era la conquista delle funzioni pubbliche per mezzo degli affiliati e pel tal fatto aver lo Stato in propria mano […] (esso) mostrava il diritto di proprietà come un primo attentato contro l’uguaglianza, e i governi, unico appoggio della proprietà, come apportatori di pregiudizio alla libertà; esso si proponeva di liberare i popoli dalla tirannia dei principi e dei preti”
Del resto cos’era la morale per Weißhaupt? Essa:”…altro non è che l’arte che insegna agli uomini a d
iventare coscienti, a scuotersi dal giogo della tutela, a sentirsi autonomi, a fare a meno dei principi e dei governi”.
Weißhaupt inoltre prescriveva testualmente: “I massoni devono esercitare l’autorità sugli uomini di ogni stato, di ogni nazione, di ogni religione, dominarli senza alcuna costrizione esterna, tenerli uniti con legami durevoli, ispirando a tutti uno stesso spirito, diffondere ovunque uno stesso spirito, nel massimo silenzio e con tutta l’operosità possibile, dirigere tutti gli uomini sulla terra per lo stesso fine. E nell’intimità delle società segrete che si deve conoscere come preparare l’opinione”
Jacques Bordiot22, osserva inoltre: “Si ritrova nell’ideologia degli Illuminati l’affermazione Martinista della superiorità della ‘società naturale ’, cui s’è sostituita dopo la Caduta cosmica quella convenzionale, fantasma di verità, vano paravento che gli uomini si sono dati. Ma mentre per ristabilire ‘la religione della ragione’ e lo ‘stato di pura natura’, Martinez de Pasqually preconizza la Reintegrazione dell’uomo attraverso la via attiva dell’occultismo e dell’ascesi, il rivoluzionario Weißhaupt propone la distruzione…. di ogni struttura sociale esistente, al bisogno con la violenza”.
L’istruzione per Weißhaupt avrebbe ricoperto un ruolo fondamentale (già a quell’epoca si era capita l’importanza della conoscenza come mezzo di cambiamento delle masse….): “…rendete universale l’istruzione, e così renderete generale anche la reciproca sicurezza. Ora la sicurezza e l’istruzione bastano per poter fare a meno di principi e di governi”.
La novità introdotta dagli Illuminati sta forse nella ricerca di nuove forme organizzative per un Ordine altamente focalizzato sul piano del “sociale”, finalizzato ad una rivoluzione permanente che si sarebbe concretizzata dapprima in quella francese, che agli Illuminati deve la preparazione dei suoi quadri e l’infiltrazione delle idee “socialiste”.
Quando, infatti, nell’ottobre 1786 la polizia bavarese ne scoprì l’organizzazione, un fitto carteggio e numerosi documenti caddero nelle sue mani e vennero pubblicati per ordine del re di Baviera. Nel 1787 in Baviera venne comminata la pena di morte contro gli Illuminati.
Weishaupt23. riuscì in un qualche modo a sottrarsi alla giustizia (in un primo momento fu internato in un manicomio criminale a Ingolstadt dal quale riuscì a fuggire) rifugiandosi a Gotha dal duca Ernst II di Sassonia –Gotha Altemburg24 suo stretto collaboratore e fidato amico.
Dal carteggio emerse un programma articolato essenzialmente in sei punti:
1. abolizione della monarchia e di ogni altro governo legale;
2. abolizione della proprietà privata;
3. abolizione del diritto di eredità privata;
4. abolizione del patriottismo e della lealtà militare;
5. abolizione della famiglia, cioè del matrimonio come legame permanente, e della moralità familiare; permesso il libero amore; l’educazione dei figli viene affidata alla comunità;
6. abolizione di qualunque religione.
Sembra evidente una notevole coincidenza, con settanta anni di anticipo sul Manifesto di Marx, con gli enunciati del socialismo, fautore di una società laicista e libertaria.
Riguardo alla “notorietà” degli Illuminati all’epoca si può citare una lettera conservata nell’Archivio Storico Nazionale di Madrid, scritta dall’ex Gesuita padre Luengo l’11 Agosto del 1790, nella quale si parla proprio degli Illuminati e del loro fine di cospirare contro i Sovrani (inoltre nel Diario manoscritto dallo stesso, nel 1789, ci si riferisce proprio agli Illuminati definendoli come Liberi), mentre in una lettera del Signor Stanteville indirizzata al Cavaliere de Pricca -Segretario di Stato del Re di Sardegna, Carlo Emanuele IV- datata Torino 3 Agosto 1790, (conservata nell’Archivio Segreto Vaticano), si accenna ad una congiura che stava minacciando l’intera Europa e quindi tutti i Troni (chiaro riferimento alla imminente Rivoluzione Francese).

Appendice 3

La donna in Massoneria
Risulta interessante a questo punto avere una visione della coesistenza della figura femminile nelle Logge Massoniche accanto alla figura maschile.
Al non appartenente alla Libera Muratoria può suscitare perplessità il fatto che la Massoneria, pur predicando la tolleranza e l’uguaglianza, non ammetta le donne .
Questo posizione così radicale non è conseguenza né di prevenzione né di poca stima verso la figura femminile, concetto che viene chiaramente esplicitato al candidato, durante la sua iniziazione, quando gli viene consegnato un paio di guanti bianchi, destinato appunto alla donna a lui più vicina (definita come la propria Polarità Lunare). Vi è quindi un impedimento “oggettivo” all’accettazione delle Donne in Massoneria.
L’origine di questo divieto è da ricercarsi, molto probabilmente, nei tempi medioevali, quando era naturalmente impensabile che una donna potesse far parte di una corporazione di muratori, anche se ci sono correnti di pensiero che cercano di dare delle spiegazioni iniziatiche a tale preclusione, giustificando il divieto con il presupposto, per la verità opinabile, ma accettato dalle antiche società iniziatiche, che la donna sia di natura «lunare», mentre l’uomo sarebbe di natura «solare», ovvero che l’iniziazione massonica è “solare” e quindi le donne, proprio per loro natura, non possono essere ammesse.
A tale proposito ci sono stati tentativi di trovare una soluzione per il problema, che, già nel Settecento, fu umoristicamente illustrato da Carlo Goldoni (egli stesso un massone) nel suo «Le Donne Curiose».
Verso la metà di quel secolo, particolarmente in Francia ed in Germania, furono costituite varie società miste uomini-donne, quasi massoniche, come l’Ordine delle Mopse, l’Ordre des Chevaliers et Chevalières de la Rose e l’Ordre de la Félicité. Ci sono indicazioni che quest’ultima associazione mista sia stata attiva anche in Liguria, verso il 1745.
Intorno all’anno 1775 diventò abbastanza frequente che molte logge massoniche regolari andassero ad istituire al loro interno una loggia sussidiaria per le signore, sotto il patronato di massoni. In queste logge, dette «Logge di Adozione », si usava un rituale di ammissione e di svolgimento lavori non iniziatico adattato allo scopo. Il sistema ebbe una grande diffusione in Francia, specie prima della Rivoluzione. Anche l’Italia ha conosciuto almeno una di queste Logge di Adozione, a Napoli intorno al 1775, sotto Giuseppe Medici Principe di Ottajano.
Un sistema analogo, costituito nel 1850 ed ancora oggi molto popolare negli Stati Uniti, è lo “Order of the Eastern Star”, che è protetto dalle Grandi Logge statunitensi, ad eccezione di quella di Pennsylvania. Questo Ordine trova oggi una discreta diffusione anche in Italia, sotto il nome di «Ordine della Stella d’Oriente». All’ordine possono aderire, sempre sotto il patronato di Massoni, le mogli, madri, vedove, figlie e sorelle di massoni.
Nel 1893, in Francia nacque “L ‘Ordre maçonnique mixte international Le Droit Humain”, massoneria mista, che in seguito costituì persino un Supremo Consiglio Internazionale del Rito Scozzese Antico ed Accettato. A quest’Ordine si aggregarono all’inizio personaggi di tutto rispetto nel mondo iniziatico dell’epoca, quali Kirishnamurti e Annie Besant, la quale vi innestò alcune delle sue idee teosofiche.
Le Droit Humain oggi ha un seguito alquanto consistente in molti paesi, tra cui l’Italia e l’Inghilterra (dove viene comunemente denominata Co-Masonry), anche se il suo fulcro più significativo resta sempre la Francia.
In altri paesi esistono poi associazioni iniziatiche squisitamente femminili che usano rituali basati, ad esempio, sull’Arte della tessitura. Esse non sono in rapporti ufficiali con la massoneria regolare, ma spesso sono tacitamente stimate. Peraltro, in Inghilterra esistono degli ordini massonici femminili che usano addirittura, in alcuni casi, i rituali della massoneria regolare. Lo Order of Women Freemasons è una organizzazione che oggi conta circa 300 logge.
In Italia la massoneria mista più significativa in termini numerici è rappresentata dalla cosiddetta Massoneria Ghinazziana (dal nome del Gran Maestro, Giovanni Ghinazzi), proveniente da una delle scissioni di Piazza del Gesù, avvenuta nel 1955.
Tra gli altri Riti misti si segnalano:
il Rito di Cagliostro, che si articola in tre gradi (Apprendista – Compagna – Maestra Egiziana);
il Rito delle Ninfe della Rosa; si articola in un solo grado; la Presidentessa assume il nome di Grande Sacerdotessa;
il Rito delle Amanti del Piacere che si articola in un solo grado;
il Rito della Perseveranza; è ai origine polacca ed ha come motto: “Perseveriamo nella rettitudine »;
il Rito delle Assertrici del Dovere; le adepte prendono il nome di «Cugine»;
il Rito del Monte Tabor.
Una considerazione a parte deve essere fatta riguardo al Rito di Memphis e Misraim ove a fianco della classica partecipazione maschile ai lavori (dal primo al 95° grado) vi è, parallelamente, una Massoneria Femminile, la quale, peraltro, non può avere momenti di condivisione dei lavori con la parte maschile (quindi: due massonerie ben distinte suddivise in base al sesso).
Occorre infine osservare che mentre gli Ordini Massonici veri e propri (tipo Piazza del Gesù e Memphis e Misraim utilizzano sempre dei rituali massonici identici sia per i lavori maschili che misti ovvero solo femminili – e quindi si tratta di ordini iniziatici a tutti gli effetti – ) altri Ordini paramassonici, quali le Stelle d’Oriente, non hanno dei contenuti esplicitamente iniziatici.
Come si può rilevare, quindi, la partecipazione delle donne ai lavori muratori è un problema tutt’altro che facile da risolvere; non basta certamente fare delle asserzioni di natura “esoterica” – che troppo frequerntemente sostengono tesi supportate solo da una vasta e profonda ignoranza in materia – per liquidare l’argomento.
Si tralascia di riportare considerazioni di altri aspetti – rivolte per lo più ad una sfera sociale – in quanto del tutto inconsistenti e comunque arroccate su posizioni di evidente conservatorismo di natura maschilista..
Per tornare alla figura della Donna nell’iniziazione si ritiene utile, a questo punto rammentare di nuovo, per qualche attimo, l’Ouverture del Flauto, ove gli accordi di apertura, come già sappiamo, sono cinque, o meglio 3 + 2. Oltre a quanto sopra accennato, si può rilevare che questa simbologia numerica sembra rappresentare anche un accenno all’unione tra la massoneria maschile, di cui il 3 è il simbolo “ufficiale” e l’inserimento della Donna, lunare, recettiva, il cui simbolo numerico è sempre stato il 2.
A metà dell’ouverture Mozart riequilibra il tutto in una pregevole sintesi: ferma la musica e, dopo una pausa, fa eseguire 9 accordi.
Quindi la Maestria si raggiunge partendo dal 3+2 (maschile + femminile) e poi, sviluppando per tre volte il tre, si arriva al 9 , alla “perfezione”.
Riteniamo che non serva soffermarci ulteriormente sulle significazioni di questo numero che sono note a tutti.
Questo atteggiamento “ereticale” di Mozart riguardo alle donne (e qui ci si vuole, ovviamente, riferire al punto di vista di quelle Massonerie che non prevedono l’accesso della Donna ai propri misteri) è stato lungamente dibattuto.
In questa Sede non si ritiene di dover porre in discussione la giustezza o meno della proposta iniziatica che Mozart ci ha voluto così abilmente e stupendamente tramandare.
Di certo, la stessa è estremamente interessante e degna di essere ulteriormente esaminata ed approfondita, con la massima serenità ed obiettività, in tutti i suoi aspetti: etici, storici, tradizionali e, sopratutto, iniziatici.

 Scritto da Fr. Francesco Rampini

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