Il nome e la parola nella leggenda dell’arco reale

Rabbi Abba cominciò a parlare così: “Levati aquilone, vieni vento del mezzogiorno; soffia nel mio giardino, e che i profumi ne sgorghino. Che la benamata entri nel mio giardino, e che essa mangi dei frutti dei suoi alberi

Dalla sezione Vaiqra dello Zohar, III – 2

Nel 1730 i vari, ed a volte contrapposti, rituali massonici, che erano stati più subiti che emanati dalla Gran Loggia d’Inghilterra, erano ormai molto simili fra di loro e la contrapposizione fra “Antichi” e “Moderni” iniziava ad attenuarsi, tanto che alcune Logge erano state riconosciute da entrambi i gruppi.

Inoltre, i Massoni “Antichi”, sia in Inghilterra ed Irlanda sia negli Stati Uniti d’America ed in Canada erano numericamente maggioritari. Secondo Bernard E.Jones[i] :

il punto culminante [dei tentativi d’unificazione] fu raggiunto nel 1809, quando la maggior parte dei “Moderni” di spicco si rese conto che l’unione era essenziale e che il loro gruppo doveva compiere il primo passo“.

Quest’onorevole intenzione si attuò con una risoluzione in cui si affermava che:

Non è più necessario adottare quelle misure contro i massoni irregolari, istituite nel 1739 o giù di lì: s’invitano pertanto svariate Logge a tornare agli antichi Landmarks della Società“.

La data indicata dovrebbe esser tuttavia retrodatata di diversi anni. I “Moderni” avevano effettivamente introdotto delle alterazioni dalle primitive Costituzioni e dei rituali, che erano state la pietra dello scandalo in tutte le Massonerie antecedenti a quella della Gran Loggia di Londra

Quest’ammissione portò alla fondazione della Loggia di Promulgazione, da parte dei “Moderni”, che esistette per due anni e che aveva il compito di riproclamare gli antichiLandmarks, diffondendoli nel loro gruppo, per prepararsi alla negoziazione con gli “Antichi”.

Il risultato fu l’istituzione della “Loggia di Riconciliazione”, che adotto e promulgo i rituali “Antichi”, fino allo stabilirsi della Loggia Stability (formata da membri “Antichi” e successivamente all’Emulation Lodge of Improvement, che fisso con estrema precisione il rituale, che sarebbe dovuto rimanere “fisso, inalterato ed inalterabile”

Di questo rituale, tutt’oggi operante con lievissime e concordate variazioni, e che si presentò all’incirca nel 1730, già maturo e completo nella sua essenzialità – nonostante oltre due secoli di notevoli studi degli storici della Massoneria, sono ancora sconosciute le origini.

Per quanto se ne possano intuire le influenze ed introduzioni rituali, ben difficilmente si possono dimostrare storiograficamente, se non in una futura ed alquanto improbabile scoperta di documenti originali.

In alcune consuetudini, finora non sufficientemente messe in luce, si possano rintracciare alcune suggestioni di costumi militari, come ad esempio nel rituale d’agape, di cui vi sono inflessioni e modalità del folklore dell’esercito e della marina inglese. Tale influenza potrebbe aver origine dal fatto che le logge militari erano le uniche che si spostavano continuamente, potendo così diffondere i loro usi rituali in ogni località.

I primi membri degli “Antichi” appartenevano alla piccola borghesia irlandese, negozianti ed artigiani, e si consideravano come i detentori della vera ortodossia massonica. Il primo Gran Segretario degli “Antichi” fu John Morgan, che definiva la sua associazione “Antichissima ed Onorabile Società dei Liberi Muratori”. Ma il rituale di Morgan ha solo dei vaghi riferimenti a quanto c’è pervenuto dai frammenti della primitiva ritualità operativa. Alcuni dei Landmarkspresentati differiscono di principio da quelli, ad esempio, espressi dal Poema Regius.

Se la deviazione rituale e statutaria della Gran Loggia di Londra prima e d’Inghilterra poi è stata, da più autori, commentata storicamente e filologicamente, quella degli “Antichi” non è ancora stata messa in luce, proprio perché non esistono tracce del passaggio dal semplice rituale compagnonico degli operativi, all’esoterismo e simbolismo complesso del rituale massonico così come noi lo conosciamo.

Nell’attuale impossibilità di rintracciare documenti storici che possano farci luce, l’unico metodo d’indagine possibile è quello comparativo. I limiti di questo metodo consistono nel fatto che la ritualità, essendo basta su archetipi universali, si presenta “semper et ubique” con le stesse caratteristiche essenziali.

La parte letteraria, discorsiva, può cambiare (ma non sempre) secondo i tempi, i luoghi, le circostanze, ma la sommarietà dello schema rituale è sempre affine, se non identica. Le variazioni apparenti possono, al massimo, variare secondo la finalizzazione del rito, sempre indispensabile in quanto, senza di questa, le energie che il rito smuove si disperdono e tornano al piano da cui sono state tratte.

Inoltre, secondo la teoria iniziatica dei cicli cosmici, le finalizzazioni e le specificità conseguenti del rito variano secondo l’evoluzione-involuzione contingente.[ii] Il punto centrale d’ogni ritualità è la trasmissione del mito, che rappresenta un “modello” non umano, quindi non psicologico-comportamentale ma metafisico, in una sorta di drammatica imitazione micro-macrocosmica che permette l’allineamento dei piani energetici o eggregorici di un dato gruppo operante con quelli universi.

In ogni leggenda rituale vi è sempre la volontà di ricollegarsi ad un centro, o ad un determinato momento di una cosmogonia trascendente – e sempre generante sui piani sottili – quanto immanente, raggelata, ferma sul piano materico. La leggenda massonica Hiramitica della perdita della Parola, la cui continuazione è quella, criptica, del suo ritrovamento, ha radici se non rintracciabili, perlomeno storicamente comparabili.

Lo stesso mito Hiramitico è un inserimento esterno al rituale corporativo. Nell’ambito della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, è solo alla fine del 1733 che iniziarono ad apparire, sul Bill off the Lodges, delle Logge di Maestri Liberi Muratori, che si riuniscono per conferire ai Compagni il 3° grado della Libera Muratoria.

Nel 1738 la Gran Loggia stabilì ufficialmente la gerarchia dei tre gradi. Non sappiamo quale fosse il rituale di conferimento del terzo grado della Gran Loggia di Londra, né quando fosse stato inserito il mito Hiramitico.

Samuel Prichard, un massone che non vedeva di buon occhio i nuovi rituali, si scagliò contro le innovazioni rituali della Gran Loggia di Londra affermando:

 “I miei Fratelli, colpevoli, hanno sviluppato la superstizione e le fantasticherie inutili nelle Logge per le loro pratiche e le loro recenti affabulazioni. Dei rapporti allarmanti, delle storie di spiriti malvagi, delle stregonerie, degli incantesimi, delle spade sguainate e delle camere oscure hanno prodotto il terrore. Ho deciso di non mettere più piede in una Loggia, a meno che il Gran Maestro non metta termine a questi processi con una pronta e perentoria ingiunzione a tutta la Fraternità”.

Per quanto riguarda l’inserimento del mito Hiramitico, lo stesso Prichard, in un’altra lettera ci dona delle preziose informazioni:

“Raccontano delle strane e vane storie a proposito di un albero che sarebbe sortito dalla tomba di Hiram, con delle foglie meravigliose ed un frutto di mostruosa qualità, per quanto nel contempo essi non sappiano né quando né dove morì, e non ne sappiano più nulla sulla sua tomba che su quella di Pompeo”

 Il Gould, uno dei maggiori storici della Massoneria, nega ugualmente la presenza del mito Hiramitico nella Massoneria inglese del XVII secolo:

“Se Hiram Habif avesse figurato, in quel periodo, nelle cerimonie o nelle tradizioni del mestiere, le Costituzioni manoscritte dell’epoca non conserverebbero, come fanno, un silenzio uniforme ed ininterrotto sull’esistenza reale o leggendaria di un personaggio così eminente nella storia e nella leggenda posteriore dell’Ordine.”[1]

L’antica Massoneria inglese, d’origine e mentalità non solo cristiana, ma cattolica, per quanto usasse la tradizione biblica per analogizzare i propri rituali e conosca quindi sia Hiram che Hiram Habif, non ne conosceva il mito di resurrezione, attribuito fra l’altro solo al Cristo. Lo scandalo era patente sia fra i cattolici sia fra i protestanti, che fra l’altro erano ben attaccati alla loro secolare “querelle”.. Da dove può derivare quindi un inserimento così profondamente simbolico ed alieno dall’ambito nel quale fu inserito?

Alla fine del XIX° secolo le inquietudini delle monarchie europee ancora dispotiche produsse alcuni studi sull’influenza giudaico-massonica sulle rivoluzioni sociali e nazionali. In questi studi furono messe in evidenza alcune affinità fra le finalizzazioni presunte della massoneria e quelle del giudaismo internazionale. Per quanto strumentali siano stati questi studi, rappresentano comunque un tentativo d’interpretazione di cui è necessario tener conto. Esulando dal notissimoProtocolli dei Savi di Sion ben conosciuto e commentato, e la cui provenienza libellistica è stata attribuita all’Okrana, la temibile polizia politica zarista, può esser interessante citare il testo Nicola II° e gli ebrei – Saggi sulla Rivoluzione Russa nei suoi rapporti con l’attività universale del giudaismo internazionale” di A. Netchvolodow-Luogotenente Colonnello dell’Armata Imperiale Russa-Notabile Onorario dei Cosacchi del Kouban, che afferma:, parlando delle origini della massoneria:

” è indubitabile che una considerevole influenza sia stata esercitata su i membri di questo cerchio da un sapiente e talmudista ebreo di quei tempi, Baruch Spinoza, il celebre filosofo panteista. I Giudei dei tempi moderni sono fieri di contare Spinoza fra i loro, ma i suoi correligionari del XVII° secolo lo giudicavano apostata e lo scomunicavano solennemente dalla sinagoga della loro comunità. Non abbiamo prove certe che Spinoza abbia preso parte alla formazione della Libera Muratoria, ma la protezione eccezionale di cui godeva porta a credere che altre forze erano in gioco e lavoravano con lui. D’altro canto, nessun nome di ebreo che abbia preso parte alla creazione della Libera Muratoria ci è pervenuto fino ad oggi. Non è che nel 1910 che un ebreo, Samuel Oppenheim inserirà nelle “Nuove della Società Storica ebrea d’America”[iii] un’introduzione intitolata: “Gli ebrei e la Libera Muratoria in America fino al 1810.” In questa introduzione M. Oppenheim riporta che degli ebrei giunti dall’Olanda in America vi fondarono già nel 1658 una Loggia Massonica a Rhode Island, cioè cinquantanove anni avanti la fondazione della Libera Muratoria contemporanea.. A conferma di questa asserzione, M. Oppenheim fornì i dati seguenti: un estratto della storia di Rhode Island (del Rev. Edward Petersons “History of Rodhe Island, New York, 1853, pg.101) nella quale è detto: “Nella primavera del 1658, Mordecaï Campanall Mose Peckecoe (Pacheco), Levi ed altri, in tutto quindici famiglie, sbarcarono dall’Olanda a New Port. Portarono con loro i tre primi gradi della Massoneria e continuarono i loro massonici lavori nella casa di Campanall, che i loro successori proseguirono fino al 1742. Il documento seguente trovato presso il pronipote di John Wanton, uno degli antichi governatori di Rhode Island. Questo documento dice: “…le… du mois de… (completamente cancellato dal tempo) 167? (6 o 8 ma le prime tre cifre sono molto chiare) noi ci siamo riuniti presso la casa di Mardocheo Capunall e, dopo la sinagoga, abbiamo investito Ab Mose al grado massonico. ”Questi dati riportati da M. Oppenheim furono messi in dubbio da alcuni massoni, che affermarono che nel 1658 la Libera Muratoria non era ancora organizzata, e che gli ebrei non potevano farvi parte preponderante, visto che questa [la Massoneria] porta un carattere cristiano. In conseguenza, M. Oppenheim aggiunse, in una nuova edizione, una notizia con dei nuovi dati sulla partecipazione diretta degli ebrei alla formazione delle prime Logge massoniche del XVIII° secolo. Lawrence Dermott, in una sua opera intitolata Ahiman Rezon (seconda edizione, Londra 1764) chiama un notabile ebreo del XVII° secolo con  l’appellativo di “fratello”; si tratta del rabbino di Amsterdam Jacob Jehuda Léon, che ricevette il soprannome di “Templo” per aver fatto un superbo modello del tempio di Salomone. Lawrence Dermott lo definisce ”sapiente ebraista, architetto e fratello, e dichiarò aver visto, nel 1759, il disegno originale dell’emblema massonico, in onore fino ai nostri giorni nella Gran Loggia Inglese; a questo soggetto, Dermott inserisce nel suo libro la descrizione di questo emblema… “Leone fu il decano degli ebrei d’Inghilterra nel 1678…”In seguito M. Oppenheim ci afferma che “nel numero delle antichità massoniche della Loggia di New York si trova una riproduzione fotografica del ritratto del rabbino Leon, fatto nel 1641 e del modello del tempio di Salomone che aveva disegnato”. Questi dati stabiliscono, con i documenti allegati, che i rabbini ebrei del XVII° secolo furono non solo gli istigatori ideali, ma ancor più i creatori della Libera Muratoria attuale, nonostante l’eccesso di precauzioni prese nel tentativo di non lasciar la minima traccia nella loro partecipazione a questo affare. La formazione della Libera Muratoria per gli ebrei del XVII° secolo non tarderà a riportargli degli abbondanti frutti nel secolo seguente. Abbiamo citato nell’introduzione le parole che M. Picard de Plauzolles pronunzierà al Convento del Grande Oriente di Francia nel 1913: “La Libera Muratoria può, con legittimo orgoglio, considerare la Rivoluzione come sua opera”. Certo gli Ebrei potevano considerare con ancor maggiore orgoglio la Massoneria come loro opera.

Nell‘Illuminismo dei Rosacroce la storica inglese Francis A.Yates accenna, per la verità in forma molto vaga, a “trasmissioni” rosicruciane e protomassoniche legate all’ambito ebraico nell’Olanda del XVII° secolo, ma lo stato attuale degli studi non ci permette ulteriori commenti. Si può comunque rintracciare alcune affinità rituali massoniche, ad esempio nella “elevazione” di Hiram, in alcuni rituali cabbalistici come riporta Grozinger[iv]

Come il Maharal creò il Golem. Il Maharal fece in sogno una richiesta per sapere con quale forze potesse combattere contro il parroco [ostile e nemico degli ebrei]. ebbe la seguente risposta dal cielo e in forma di un acrostico alfabetico [secondo l’alfabeto ebraico] Ata Bero Golem Dabbek Ha-chemer. We-tigsor Zedim Chabbel Torfe Ysrael [Tu Crea un Golem, Impasta l’Argilla. E Abbatti gli Empi, Debella coloro che Straziano Israele]. Disse a questo proposito il Maharal: in queste dieci parole ci sono combinazioni [di lettere] grazie alla qual potenza si può sempre creare dal fango un Golem animato. Il Maharal chiamò poi in segreto il genero, Yitzchak ben Shimshon ha-Cohen e il suo migliore allievo, Ya’akov ben Chay-yim Sasson ha-Levi, e mostrò loro la risposta del cielo ricevuta in sogno.. E li mise a parte del segreto della creazione del Golem, che doveva nascere dall’argilla della polvere della terra. Disse loro che voleva prenderli con sè‚ perché‚ lo aiutassero a creare il Golem; infatti, c’era bisogno delle quattro forze contenute nei quattro elementi fondamentali, cioè fuoco, aria, acqua e terra. Di sé stesso il Maharal disse che era nato con la forza dell’elemento aria, suo genero con quella del fuoco e il suo allievo con quella dell’acqua [mentre il Golem avrebbe contribuito con l’elemento terra], perciò la creazione del Golem poteva essere realizzata solo da loro tre. Ordinò loro di non rivelare ad alcuno il segreto, e gli impose dei tikkun [cioè‚ esercizi espiatori e meditazioni cabbalistiche] e un comportamento adeguato durante i sette giorni successivi. Nell’anno 5340 [1580], nel ventesimo giorno del mese d’Adar, alle quattro di mattina, andarono tutti e tre fuori della città di Praga fino al fiume Moldava. Sulla riva del fiume cercarono e trovarono un posto dove ci fosse argilla e fango. Tracciarono nel fango la figura di un uomo, lunga tre cubiti. Disegnarono volto, mani e piedi di un uomo sdraiato sul dorso. Poi si misero tutti e tre ai piedi del Golem, con i loro volti rivolti verso il suo. Anzitutto il Maharal ordinò al genero di fare sette giri intorno al Golem, iniziando da destra per arrivare dalla parte sinistra. Al tempo stesso gli dette delle combinazioni di lettere che doveva pronunciare compiendo questi giri. Terminati i setti giri, il corpo del Golem diventò rosso come carbone ardente. Poi il Maharal ordinò al suo allievo Ya’akov Sasson di girare anche lui, sette volte, attorno al Golem e gli dette altre combinazioni di lettere. Quand’ebbe finito, il fuoco si spense perché‚ ora nel corpo del Golem era entrata l’acqua e da lui si levarono dei vapori. Si coprì di peli come un trentenne e sulle punte delle dita gli crebbero le unghie. Alla fine anche il Maharal fece sette giri intorno al Golem, dopodiché tutti e tre pronunciarono il versetto della scrittura “Soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7), perché‚ anche nel respiro devono coesistere fuoco, acqua e aria, com’è detto nel Sepher Yezirà [Libro della Creazione]. Allora il Golem aprì gli occhi e li guardò stupito. E il Maharal gridò con voce incalzante. “Alzati!” E il Golem con un movimento brusco si levò in piedi. Allora lo rivestirono con degli abiti che avevano portato seco, abiti adatti ad un inserviente del tribunale. E ai piedi gli infilarono delle scarpe. In breve era divenuto un uomo come gli altri, vedeva, udiva e capiva, solo non poteva parlare. E alle sei di mattina, ancor prima che facesse giorno, i quattro se n’andarono a casa []”

Questa versione della creazione del Golem da parte del Maharal-mi-Prag, il Grande Maestro di Praga Jehuda ben Bezalel, il Rabbi Low, detto il “doppio Leone”, deriva da una raccolta di storie chassidiche in yiddish-ebraico di Yehuda Yudel Rosemberg (1909).Le affinità con i rituali massonici in 1° e 3° grado sono di per sé‚ evidenti. La cabbalà, (come del resto l’ermetismo e l’astrologia) affermano che la materia dell’uomo è composta da quattro elementi, dalla cui commistione ed opposizione derivano le sue qualità specifiche.

Vi sono uomini e cose nelle quali si legano il fuoco e l’aria oppure l’aria e la terra, e persino il fuoco con l’acqua. La prevalenza di un elemento sull’altro dona all’uomo od ad una cosa la sua specifica caratteristica elementale. Nel rituale cabalistico della creazione del Golem, così come nell’iniziazione massonica, la terra è presente, elementarmente, ma non ha una parte attiva. Infatti, la terra è elemento statico, passivo, che gli altri elementi, mobili ed attivi devono attivare, vivificare. La deambulazione è antioraria.

In Massoneria il senso della deambulazione si vuol definire per tradizione, o meglio per consuetudini o, peggio, per ricordi personali, senza riferimento, spesso, a parametri oggettivi.

 La questione si complica per il fatto che le varie comunioni nazionali hanno spesso diverse consuetudini per la deambulazione, senza avere, tuttavia, la cognizione della causa per cui si deve deambulare in senso solare -orario o in senso polare o antiorario. I parametri di giudizio in tal senso sono di un’estrema semplicità. La ritualità è stata creata dall’uomo attraverso l’osservazione e l’imitazione della natura e dell’universo, nell’intenzione di partecipare coscientemente all’opera dell’Altissimo, incomprensibile ed inconoscibile nella sua essenza, ma intuibile nella sua sostanza di macrocosmo e di macroantropo. Le costanti rituali di tempo, luogo e modo seguono i ritmi cosmici, le energie terrestri e celesti e le modalità con le quali queste si rivelano nella natura o perlomeno nel modo con il quale gli antichi immaginavano si rivelassero.

Il fondamento scientifico o meno di queste teorie non ha alcun’importanza. La deambulazione oraria segue il corso apparente del Sole attorno alla Terra, ma quest’apparenza ha segnato, archetipicamente, le concezioni umane inducendole ad elaborarsi una struttura psichica ed animica che è ancora quella dell’uomo d’oggi.

 Questa struttura crea idee, sogni, miti, misteri, che a loro volta producono storia e quindi realtà fisica e metafisica assieme. L’uomo ha colto le affinità fra la sostanza del cosmo e la sua stessa natura spirituale e materiale, affinità che s’influenzano a vicenda imprimendosi una segnatura.

La conoscenza di queste segnature, secondo antichissime regole sia logiche sia intuitive, forma la scienza analogica, senza la quale è impossibile la comprensione del pensiero antico così come c’è stato tramandato. Il fondamentale parametro di comprensione rituale è appunto quello dell’analogia, il “come se…”, che è vero e falso nel contempo, secondo il relativo punto di vista dell’osservazione interiore. L’irrazionalismo, contestato dal materialismo e dal positivismo non è sintomo dell’irrazionalità assertore, ma la libera e superiore scelta di usare sia la razionalità e la logica, o l’intuizione o l’immaginazione, secondo la necessità o l’opportunità della conoscenza.

Esaminata da un corretto punto di vista analogico la deambulazione, come ogni altro procedimento rituale, è un procedimento simbolico che produce un effetto reale su tutti i piani dell’uomo, fisici o para-fisici che siano. Secondo gli antichi concetti, infatti, la corsa notturna del sole ha un procedimento inverso che produce il fenomeno ed il miracolo di una nuova alba, nel banale e sublime concetto d’apertura e chiusura di un’esperienza umana che è comunque cosmica, il ritmo di nascita-morte-rinascita. Essendo il rito iniziatico un’esperienza analogica di rinascita, di ritorno ad una vita reale, è per ciò che, nel suo svolgersi, la deambulazione è sempre antioraria.

Nel rituale cabbalistico l’elementalità è personale, nel senso che le qualità elementali sono quelle personali degli operatori e quindi effettive. Nel rituale massonico le qualità elementari sono convenzionali o virtuali in quanto si attribuisce al M\V\ il fuoco, al 1° Sorv\l’acqua, al 2°\l’aria. Le circuambulazioni dei tre cabbalisti servono a delimitare uno spazio sacro, in cui si presenti una teofania o la presenza e la manifestazione del divino.

Nel rituale cabbalistico, come del resto in quello massonico non sono soltanto le energie umane che risvegliano la vita spirituale nella materia ma la Schekinà [in massoneria si potrebbe dire la presenza del GADU], evocata dalla recita analogica del versetto del Genesi con cui l’Altissimo diede vita ed anima a Adamo.

 Così come nelle antiche religioni, nella cabbalà e in Massoneria è la coscienza e l’uso delloshem, della parola che è Verbo, che determina la discesa di un’influenza spirituale, il contatto possibile fra l’uomo ed il piano divino.

 Golem significa, informe, [e la Terra era informe e vuota…],abbozzo, ma ha anche significato di caverna, matrice, utero, membrana umida ed avvolgente, ed è il simbolo dell’incompletezza e dell’imperfezione dell’uomo, ma nel frattempo della sua potenzialità (passiva) di generare spiritualmente, quando lo Yod del Divino penetra nella sua Hè‚ umana.

L’iniziazione è quindi, potenzialmente, la possibilità di superare in sé il principio d’imperfezione onnipresente nel creato. Il Sepher Yetzirà narra che quando le lettere si presentarono all’Altissimo, la lettera Aleph, che è principio primo, per umiltà si presentò per ultima, ma per questo fu elevata il secondo posto, dopo la Beth che è principio secondo.

La Beth è dualità e quindi imperfezione in quando, seguendo la contrapposizione degli opposti, impedisce, nel modo dell’emanazione, la visione e la comprensione dell’Uno, l’ombra dell’Altissimo.

Vi sono delle affinità, appena accennate nella bibliografia massonica, fra la ritualità latomistica così come si venne formando nei primi decenni del ‘700, e quella cabbalistica, soprattutto in quella, forse leggendaria che si attribuiva al grande Rabbi Low, e che le difficoltà di reperimento e traduzione impediscono di mettere maggiormente in luce.

 Il Nome e la Parola[v] hanno quindi un’importanza fondamentale, sia nella Cabbalà sia in Massoneria, ed è da quest’affinità che cercheremo di comparare il rinvenimento criptico di ciò che fu perduto e ritrovato. Sia in Massoneria sia nella cabbalà la Parola e la Luce sono due modalità di trasmissione, creativa ed emanativa assieme, del divino, e si equivalgono nella loro finalizzazione di ricollegamento micro-macrocosmico.

” il processo della manifestazione di Dio, del suo esternarsi, è rappresentato con il simbolismo della parola della creazione o il dispiegarsi del nome divino, per i cabbalisti si tratta solo di fare una scelta fra due simbolismi dello stesso ordine, il simbolismo della luce e quello del linguaggio“[vi]

Il ritrovamento criptico del Nome o della Parola è quindi quello stesso della natura intuibile e non comprensibile del divino, dell’ineffabilità del Logos nella sua forma di Luce. Qual è, in realtà. la Parola inscritta nel delta d’oro dei massoni criptici, i tre Yod iiidel ternario o il Tetragrammaton del Quaternario?

Nella mistica ebraica, la complessità dei procedimenti di traslitterazione simbolica e numerica ha una sola chiave. Il formarsi infinito delle combinazioni di lettere si risolve in una lettera unica, la Yod, che è lo spermatozoo divino e primigenio da cui ogni generazione deriva.

Il centro della squadra e del compasso reca la lettera G, variamente interpretata, ma che potrebbe recare una Yod, comportante ogni significato, dopo di quello, fondamentale, di generazione divina.

Nella Sezione Vaiqra del Sepher Ha-Zohar[vii] la metafisica della lettera Yod, e della sua valenza sui tre piani del manifestato, forma il Nome sacro di tre lettere che costituisce, nella leggenda criptica dell’Arco Reale, la Parola ritrovata. Ma dallo Yod scaturisce, nel passaggio dal ternario al quaternario, il Tetragrammaton, il nome divino di quattro lettere, Jehova.

La cabbalà, pur essendo espressione genuina del genio ebraico, ha notevoli affinità con la numerologia pitagorica, si che la Tetractys potrebbe essere efficacemente comparata con l’albero Sephirotico. Il Tre – e la figura geometrica triangolare che lo può rappresentare – è la prima figura piana chiusa e quindi definibile anche sul piano materico. Rappresenta il “Fiat”, l’inizio d’ogni creazione, il presentarsi della “Lux in tenebris”.

Dal 3 o Triangolo, simbolicamente, può derivare ogni figura, ma la sua derivazione più diretta è il 4, o quadrato, che amministra la generazione primigenia divina nei suoi meccanismi, sia spirituali sia materici. Così non vi è opposizione, ma derivazione, dalla Parola ritrovata di tre lettere YOD-YOD-YOD e dalla sua filiazione in quattro lettere (YOD-HÉ-VAU-HÉ), così come dimostra lo Zohar:

[viii]” La Yod del Nome sacro costituisce il nodo delle tre cose legate assieme. È formato d’una barra in alto, un’altra in basso ed una terza nel mezzo (w w w)La barra in alto è la Corona Suprema, superiore a tutto ciò che vi è di superiore, la Testa di tutte le teste, superiore a tutto. La barra di mezzo è l’altra testa. Poiché vi sono tre teste, di cui ciascuna forma un tutto. Così la barra di mezzo è l’altra Testa che esce dalla barra in alto, la Testa di tutte le teste, necessaria alla costruzione del Nome sacro; è la Testa nascosta a tutti. La terza Testa in basso è quella che annaffia il Giardino; è la sorgente che disseta tutte le piante. Questo è il senso della figura di Yod a tre nodi, e per questa ragione che si designa con il nome di “Catena” i cui anelli sono unite gli uni agli altri fino al punto di non formarne che uno. Abbiamo visto nel Libro d’Enoch come, nel momento in cui gli si rivela la saggezza dei misteri supremi  vede il Giardino dell’Eden, e vede, nel contempo, che tutti i mondi sono incatenati gli uni agli altri, domanda [agli angeli] su cosa sono fondati. Essi gli risposero: Tutti sono fondati sulla Yod; da essa tutti furono formati e ad essa furono incatenati, così com’è scritto” Tu hai fatto tutto con saggezza.” Enoch vide inoltre che tutti i mondi tremavano davanti al loro Maestro, e che tutti furono chiamati con il loro nome. Nel libro del Re Salomone è detto: Il nodo dei Tre porta un abito che tutto lo avviluppa. Uno dei Tre è il più terribile di tutti, l’altro è un sentiero misterioso, il terzo una profonda luce. In seguito questo nodo è espresso attraverso le lettere dell’alfabeto. La lettera Yod si compose delle lettere Yod, Vav e Daleth, lettere che costituiscono tutto l’edificio del Nome sacro. Yod è la Testa di tutto, il Padre di tutti. Vav è il Figlio che ne nasce. Dall’uno e dall’altro procede la Daleth, Figlia della Grande Madre che ha in suo potere di giudicare i mondi, e di cui gli esseri dell’alto e del basso si nutriscono. Così nella Yod sola si trova nascosto il Nome sacro completo. È la Yod che incatena tutto. Così ha spiegato la “Lampada Santa“. Lo Yod dà nascita a questo fiume di cui la Scrittura dice: ” E un fiume esce dall’Eden per annaffiare il Giardino.” È il mistero della Hè, la Madre dell’alto. E questo fiume da nascita a due figli che si nutriscono della Madre. La Figlia nutrita ai Figli. La Figlia è la Vav. Il Figlio, è il Re della Pace; è il mistero della Sephira “Thipheret”. In seguito accade che la Hè si nutrisce di Vav, quando essa si è stabilita. Risulta da ciò che la Yod è la base, la radice ed il compimento del tutto, così come è scritto: “Ha costruito la casa con saggezza.”. Abbiamo appreso che, dalla lettera Yod, fluiscono dieci nomi. Yod è la decima lettera dell’alfabeto. Quando feconda il fiume sacro, questo concepisce e genera i dieci nomi che sono tutti nascosti nella Yod. Sono compresi nella Yod e procedono dalla Yod.; è il Padre che genera i Padri. Le lettera Vav e Daleth rappresentano il valore numerico di dieci, valore uguale a quello di Yod. Vav e Daleth formano la parola “do” che significa “due”, allusione al maschio ed alla femmina. Per questo Adamo fu formato con due (do) figure, l’una maschio e altra femmina, ad esempio dell’alto, Vav e Daleth in alto, Daleth e Vav (do) in basso. I tredici sentieri della saggezza conducano a questo mistero. Notate in oltre che i dieci nomi corrispondono alle lettere che rientrano nella Yod, Vav e Daleth. Nel libro di Rab Hemmenouna il Vecchio, è detto che i nomi sono otto e che bisogna aggiungerci i dieci gradi corrispondenti ai due firmamenti ove i nomi variano fra dieci, nove, otto e sette. La prima parte del Nome sacro è “Yod, e Hè ” perché la Yod comprende la Hè, che esce da Yod. Per questo la saggezza è chiamata “Ah”. Il secondo grado è “Yod, Hè e Vav”, chiamato Elohim, perché è il fiore della misericordia ove non vi è alcun rigore. Quando il nome si scrive Jehova e si pronuncia Elohim, indica la misericordia e non il rigore.[ perché ciò che ingenera è una parte costitutiva di sé stesso] Il terzo grado è “El” che designa la grandezza: è perciò che si dice “Dio grande” (El Gadol).Il quarto grado è ” Elohim del Rigore”. Il quinto grado è Jehova che contiene tutta la fede ed è la vera clemenza. Il sesto ed il settimo grado è “El Hai” (il Dio vivente); è il Giusto da cui emana ogni vita. È chiamato Jehova, come è scritto: “Jehova è giusto.” È la piccola Vav del Nome sacro: poiché, nella lettera Vav, vi sono due Vav, una grande ed una piccola. Il nono grado è “Adonai”:; è il regno sacro da dove emana il rigore nel mondo. Il nome “Ehieh” è la sintesi di tutti gli altri; è la Corona suprema; è la Testa di tutte le lettere nascoste ed ineffabili- In alcuni libri, i dieci nomi sono scritti in altro modo: ma io non li ho appresi così.” La delfica e pitagorica, di cui Plutarco scrisse, la Yod cabalistica, il delta Aureo dei Massoni criptici, si legano così in un’inestricabile matassa d’affinità, derivazioni, filiazioni ed analogie. In questo disegno complesso si può in ogni caso intravedere una semplice verità. Dio, l’uomo, la natura e l’universo sono essenzialmente Uno. En to pan, Uno in Tutto, Tutto in Uno. Se quest’unità assoluta non vi fosse, la vita umana non avrebbe significato; l’intelletto sarebbe solo un prodotto biologico del caso e della necessità, tutto ciò che nell’uomo è sofferenza, sacrificio, fatica, idealità non avrebbe né senso né valore. Chi, come il Massone, crede nell’umanità, non può che cercare con pertinacia, fra dubbi costanti e certezze effimere, l’inafferrabile ago divino nel pagliaio infinito della materia..

Scritto da Fr. Vittorio V. 


[i] Bernard E.Jones Guida e compendio dei Liberi Muratori, Atanòr, Ariccia 1995, pg.217

[ii] Cfr. René Guénon Forme tradizionali e cicli cosmici, Atanòr, Roma, 1974.

[iii] Vedi “The Jews and Masonry in the United State before 1810” di Samuel Oppenheim. Reprint dalla pubblicazione nell’American Jewish Historical Society n.° 19 (1910) pp.10, 11,12,13 e 94.

[iv] Kafka e la Cabbalà  di Karl E.Grozinger, Giuntina, Firenze, 1993, pgg.142/143 citazione tratta da “Judische Wundermanner” di K.E. Grozinger pgg. 205-219.

[v] ” La Bibbia ebraica ci dice che Dio fece il mondo con le parole. Parlò, ed il cosmo divenne realtà (l’espressione aramaica ‘avara ke-devara’ “Io creo mentre parlo’ è divenuta, nel linguaggio magico, abracadabra)…ma nell’ebraismo le parole non sono soltanto lo strumento della creazione, sono anche una realtà fondamentale.” Da: Lawrence Kushner Il Libro delle Parole ebraiche  Ecig, Genova 1998

[vi] Gershom Sholem Il Nome di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio, Adelphi, Milano, 1998. Pg.43

[vii] Zohar Le Livre de la splendeur, Maisonnette & Larousse, Paris, 1985.

[viii] Zohar Le Livre de la splendeur, Maisonnette & Larousse, Paris, 1985, Vol.V° pg.g.30, 32 [trad. di V.V.]

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