Il Rito

Ricordando come il termine rito deriva dal latino ritus e soprattutto dal sanscrito Rtà, come attualità perenne della Realtà Divina, esso va oltre ciò che comunemente si intende per preghiera nelle religioni devozionali, non essendo una domanda al Dio teistico, non una passività, una soggezione ad esso, ma rappresentando una vera e propria Azione, sicuramente la più alta tra le azioni. Esso rappresenta l’azione sacra per eccellenza, quella capace di rimanifestare la forza di un Numen, di un Eroe, di rinnovarne la virtù, la presenza effettiva del Divino nell’Umano:”…attua il dio dalla sostanza delle influenze convenute.., qui si ha qualcosa, come uno sciogliere ed un risuggellare.

Viene cioè rinnovato evocativamente il contatto con le forze infere che fanno da substrato ad una divinificazione primordiale, ma altresì la violenza che le strappò a se stesse e le liberò in una forma superiore…”(Evola, Rivolta). Il senso sacrificale, il sacrum facere si esplicita già chiaramente. Vi è un “mondo delle cose” che si muove con sue leggi proprie.

L’uomo di converso si muove in maniera asincronica, spinto dalle curiosità e dal desiderio di soddisfare i propri “appetiti egoici” e nel fare questo è per lo più diretto dal pensamento degli altri. E questa omologazione, anche quando si orpella di simboli antichi non ha nulla di sacrale, poiché il Sacro non è tangibile dai sensi, il Sacro si manifesta come un fulmine, esso corrisponde ad un “sussulto” che percuote l’intero Essere: tutti i Piani si mettono in movimento all’unisono. Infatti, solo nello stato sovracoscienziale sarà possibile percepire il Sacro, l’azione sacrificale essendo appunto l’atto che l’Uomo compie per avvicinarsi al più alto dei suoi piani. Se è azione, vuole dire che è un “ire”, un “andare”, un muoversi e questo “andare”, questo andamento deve essere preciso e circostanziato, deve avvalersi di modus operandi effettivi, i soli che possano permettere una tangibilità del Divino nell’umano.

Vi è, quindi, necessità di un COLLEGAMENTO REALE con il Sacro, vi è necessità di un nuovo “battesimo” ricevuto in status di purità mentale, vi è necessità, oggi come ieri, di un atto trasmissorio di una FORZA più forte di tutte le forze, che nel passato è stata prerogativa di Re:”Il cemento originario delle organizzazioni tradizionali: esso spettava anzitutto al Re; era poi prerogativa delle caste aristocratiche e sacerdotali, della magistratura e, infine, dei patres, i capi famiglia” (Evola, Rivolta).

Non a caso nella tradizione delle famiglie patrizie il riferimento ad avi semidivini o eroici era la manifestazione di una continuità rituale e sacrificale, che manteneva il contatto con il pneuma dell’antenato, che veniva perpetuato dal rispetto rigoroso di norme, gesti e parole: nelle caste superiori, come nella magistratura, ogni variante invalidava il legame dell’evocatore col Numen.

Quanto finora analizzato ha messo in evidenza quanto il rito fosse e sia connesso, in maniera indissolubile, sia con una provata continuità iniziatica sia con un percorso sacrificale dell’evocatore, che in esso ripercorre la leggenda di Osiride, smembrato dal fratello rivale Seth, prefigurazione delle quattro operazioni al Nero, e ritrovato e rivivificato da Iside, sposa e sorella “mercuriale”, con la quale ritrova nuovamente la propria virilità trascendente, smarrita col proprio phallus, nelle nozze chimiche, nella ricomposizione del Rebis primordiale. Tutto ciò si ottiene attraverso un lavoro, un ascesi che permette di eliminare le tenebre dell’ignoranza, che rendono l’uomo come uno specchio offuscato: questo lavoro non è puramente speculativo, ma modifica realmente l’uomo, è la divinità stessa l’agente della trasformazione, resa presente attraverso la chiamata del Numen, attraverso il Rito.

In Platone è esposto il mito della biga coi due cavalli, simbolo delle potenze interiori, che tendono uno verso la contemplazione delle idee divine, uno in basso, verso il mondo materiale. L’auriga, che rappresenta la razionalità superiore, deve essere così abile da equilibrare queste due forze, così da arrivare al mondo delle idee. Se così non avviene, l’anima precipita verso il basso, nel mondo materiale, perdendo la capacità di avvertire le sfere spirituali. Tale è il senso dell’ascesi rituale, espresso anche, sebbene in forma criptica, nella troppo nota Tabula Smaragdina di Ermete Trimegisto: “Questo è vero, è certissimamente vero, ciò che è in Alto è come ciò che è in Basso, e ciò che è in Basso è come ciò che è in Alto: qui si compie il miracolo della cosa Una….” e poi ancora: “Separerai la terra dal fuoco, il sottile dal denso, delicatamente e con grande cura….in questo modo tu avrai la gloria del mondo, e per questo ogni oscurità”… questa è l’Arte Regale della reintegrazione dell’uomo nella sua vera natura.

A tal punto, brevemente accenneremo ai tre elementi fondanti ed essenziali di un rito tradizionalmente inteso: la purificazione dell’esecutore, con un conseguente contatto con le forze dall’Alto; l’evocazione; l’azione sacrificale, intesa come potenziamento ed acquisizione della Forza. Altro aspetto del sacrificio è la sua totale spersonalizzazione: al contrario di quanto cercano i moderni fattucchieri, nell’atto magico nulla si cerca per se stessi, dovendo essere “nullo” il frutto dell’azione.

Non casuale, infatti, è la richiamata figura dell’Eroe, il quale ci conduce verso il culto sacrale ed impersonale della Mors Triumphalis:”…compi ogni azione liberandoti dai legami, equanime nel successo e nell’insuccesso…”(Baghavad-gità). La via indicata, pertanto, è per sua stessa natura, come già evidenziato, aristocratica, elitaria, iniziatica, riservata a soli Hestos, coloro che sono in piedi, che richiedeva e richiede una precisa qualificazione spirituale, la quale segna l’abissale differenza tra un’idea del rito rettamente tradizionale ed un’idea contraffatta di esso, sacrilega, frutto della volgarizzazione neospiritualista e di un’inversione controiniziatica.

Le parole di Julius Evola ci aiuteranno a qualificare tale dicotomia, iniziando una vera e propria analisi di ciò che devesi intendere per azione sacrilega:”Alterando una legge, un sigillo di dominio sovrannaturale è sciolto, forze oscure, ambigue, temibili ritornano allo stato libero… Il rito o il sacrificio tralasciato, compiuto da persona non qualificata o eseguito in modo comunque difforme dalle regole tradizionali, era principio di sventura: esso rimetteva allo stato libero forze temibili sia nell’ordine morale che in quello materiale, sia per gli individui, sia per la collettività. Trasformava gli dei in nemici”(Evola, Rivolta). La leggenda di Osiride, che l’enigmatica Tavola di Rubino definisce non a caso un Dio nero, ci palesa la necessità per il Myste, di una ricapitolarizzazione dei suoi piani microcosmici (VITRIOL), di una visione terribile che apre la Via per la risalita, Seth essendo nella sua versione di demone oscuro: tale è la Forza Universale, la Potenza-Shakti, che è fonte di pericolo e di morte (gli Dèi Mani), che solo un eroe qualificato può affrontare e soggiogare, chi la sublima e fissa con il Rito, Ercole che “conquista” l’immortalità olimpica, che realizza la Verità, la Realtà (Rtà=ritus=rito), la Vittoria. Chi non è qualificato, chi non ha le norme della continuità commette l’errore (non il peccato!) di affrontare (la Forza) fuori dal Rito viene travolto da ciò che per lui può essere solo caotico ed oscuro, proprio perché non ha suggellato ed invertito verso l’Alto la Forza medesima.

Da quanto emerso, reputiamo che la dicotomia tra sacrificio e sacrilegio sia palese, come egualmente palese sia lo stato di degenerescenza dello spiritualismo contemporaneo. Quanti dei moderni maghi, delle tante streghe, dei tanti auguri, ha realizzato l’identità tra rito (che nella maggioranza dei casi è totalmente inventato) e sacrificio? Quanti hanno percorso un’ascesi purificatrice prima di accostarsi ad una evocazione, ad una parola di potenza, ad un mantra? Quanti posseggono il diritto aristocratico ad accedere al contatto con la Forza del Sacro? La risposta è semplice: Pochissimi!

I risultati, d’altronde, sono ben visibili: sono ben visibili le turbe psichiche, i tormenti inconsci, le fobie per un’analisi introspettiva di chi commette sacrilegium, nelle mani viscide di una cotroiniziazione che accresce il suo diabolico potere proprio sfruttando tali deficienze. Ovviamente tutto è colorito di esotico, di stravagante, tutto fa magia purché ci si differenzi, minimamente non consci di divenire ancor più schiavi di tali categorie subumane. Le vane glorie dei moderni ci fanno tornare alla mente la pretesa, condannata da Dante, ad atteggiarsi ad Eroe, ai tempi dei Comuni e delle fazioni, di “ogni villan che parteggiando viene” (Gastone Ventura).

Pertanto, ciò che appare difficile comprendere e quindi interiorizzare oggi, è, come dimostrato, il concetto di Sacro e questo è dovuto proprio alla mancanza di una serie di “atti” e di “gesti” di tipo rituale, di tipo sacrificale. Sappiamo guardarci nello specchio benissimo, anzi, qualcuno di noi, lo fa anche più volte al giorno, dipende dal tasso di narcisismo presente, eppure nessuno, se non pochi, sanno vedere oltre la propria immagine. Ed è proprio nel saper guardare “oltre” che si ravvede, anche meccanicamente, ciò che in noi “vibra” con evidente preponderanza. Intimamente “conosciamo” bene i nostri impulsi interiori che determinano infine la nostra specificità. Avvertire in se le valenze dell’Eroe, inteso in senso arcaico, o quelle del mistico o quelle dell’avventuroso fa parte di un “sentire” profondo. Ma, oggi, si confonde, senza avvedercene, il Furor con la nevrosi.

Ecco perché ci è difficile oggi saper riconoscere in noi la presenza del Divino, se non in termini pseudomistici, romantici o sacrileghi. Non ci è più concesso discernere il noumenico dal fenomenico. Allora che fare? Si può riaccendere in noi un Fanum?.

Da quanto appena detto, si evince che nel Mondo Classico, come fatto distintivo della sua religiosità, il culto degli dèi è la Pietas come attenzione ed osservazione scrupolosa. mediante occhi e orecchie aperti al mondo, nei confronti di manifestazioni della natura ritenute di massima rilevanza (segni stessi degli dèi), essendo il visibile manifestazione dell’Invisibile. Questo è sacro, perché ha la sua legittimazione dall’Alto, ma il SACRO è, se si “fa” con i RITI, i quali rinnovano periodicamente la divinificazione primordiale con la quale Dio si “fece” tale nel Tempo del Mito.

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