Ver Sacrum – Riflessioni, Primavera 2012

Il risveglio della Natura dopo il lungo letargo invernale, è stato sempre salutato da tutte le civiltà come un momento di vera e propria “rinascita”, ed allo stesso sono legati numerosi eventi, legati per lo più alla fertilità, appunto alla nascita di una “Nuova Vita”.

Dopo l’Equinozio di Primavera, nel mondo ellenico avevano luogo le Adonìe, una serie di feste legate alla resurrezione di Adone, bellissimo giovane amato dalla dea Afrodite ucciso da un cinghiale (…..forse il dio Ares ingelosito). Questa festa ricalcava quella assiro-babilonese nella quale la figura di Adone era rimpiazzata dalDio Tammuz ed Afrodite dalla Dea Ishtar.

In tutti questi miti campeggia l’unione di un simbolismo celeste con uno terreno, matrimonio fra una divinità maschile, celeste o solare, ed una femminile, legata alla terra o alla luna. La primavera era infatti la stagione degli accoppiamenti rituali, delle nozze sacre in cui il Dio e la Dea si accoppiavano per propiziare la fertilità. Numerosi fuochi rituali venivano accesi sulle colline che, secondo la tradizione, più a lungo rimanevano accesi, più generosa sarebbe stata la terra.

Come molte delle antiche festività pagane, anche l’Equinozio di Primavera fu cristianizzato: la prima domenica dopo la prima luna piena che segue l’Equinozio (data fissata nel IV°secolo d.c.) il culto cristiano celebra la Pasqua, la Resurrezione.

E’ interessante osservare come la parola Pasqua tradotta in inglese si trasformi inEaster; questo suono riporta ad un’antica divinità pagana dei popoli nordici, la Dea Eostre (o Ostara, “la stella dell’est” cioè Venere), assimilabile a Venere, Afrodite e Ishtar, la quale presiedeva ad antichi culti legati al sopraggiungere della primavera e alla fertilità dei campi.

Questo momento dell’anno è stato quindi giudicato molto importante da quasi tutte le Civiltà, tanto da essere consacrato a quel meraviglioso ciclico avvenimento “magico” che è la riproduzione della Vita.

E’ con questo spirito che ci accingiamo a commentare la nascita di una Loggia Massonica, la “Ver Sacrum”, inquadrando –molto brevemente – il suo collocamento nella vita muratoria di questi ultimi 30 anni e cercando, nel contempo, di capire da dove nasca questo nome – Primavera Sacra – ed il suo significato simbolico.

1 – Il Rito Italico della Primavera Sacra

L’espressione latina Ver Sacrum, cioè: “Primavra Sacra” è usata dagli autori romani con un preciso significato tecnico per designare un rito italico attestato da molte fonti relative alle origini e alla storia delle popolazioni che vengono oggi raggruppate nel ramo linguistico umbrosabellico.

Già a proposito dei primissimi stanziamenti di quelli che venivano chiamati”gli aborigeni”, vale a dire i sabini, dapprima nell’Italia centrale attorno a Rieti e più tardi in tutto il Lazio, si parla della loro usanza di consacrare alla divinità – in seguito a guerre, carestie o nascite troppo numerose – la generazione di un intero anno.

l giovani in età di portare le armi venivano allora obbligati a espatriare e a fondare «colonie» in un altro luogo1. l sabini giunti così fino alla zona di Roma vennero chiamati sacrani «in quanto nati da una primavera sacra»2 .

Alla leggendaria diaspora dei sabini si ricollega un altro avvenimento che presenta tutte le caratteristiche essenziali del ver sacrum. Durante una lunga guerra contro gli umbri, si fece voto di sacrificare tutti gli esseri viventi nati nel corso di un determinato anno. Una volta ottenuta la vittoria si ottemperò al voto fatto escludendo però gli Uomini. Ma sopravvenne una carestia, ed allora si disse che sarebbe stato necessario includere nel voto anche gli esseri umani; così, i bambini vennero consacrati a Marte e quando raggiunsero l’età virile vennero inviati a fondare una colonia sotto la guida di un toro.

Al loro arrivo nel paese degli Oschi (in Campania), il toro si fermò, come se avesse trovato il luogo adatto, gli uomini vi si installarono dopo averne cacciato gli abitanti e il toro venne sacrificato al dio Marte. Sarebbe questa l’origine dei sanniti3. Allo stesso modo, i sabini guidati da un picchio (picus), anch’esso consacrato a Marte, emigrarono nel Piceno, dove fondarono il popolo dei piceni4.

A queste storie di carattere mitico riguardanti le origini delle popolazioni italiche – ed è probabile che ne esistessero molte altre simili per spiegare le migrazioni degli irpini, dei lucani, degli ursentini, ecc… e il fatto che i loro nomi evochino nomi di animali – viene associato un racconto relativo ad avvenimenti risalenti ad un periodo storico più recente che presenta anch’esso tutti leggendari e lo stesso schema dei precedenti.

Un “princeps” dei sanniti, chiamato Sthennius Mettius, per scongiurare la peste avrebbe consacrato ad Apollo il ver sacrum di tutti coloro che sarebbero nati nel corso dell’anno successivo. Ma poiché la peste tornò ad infuriare vent’anni dopo, l’oracolo precisò che il flagello era dovuto al fatto che non si erano sacrificati anche gli uomini, e impose ai giovani nati in quell’anno di partire. Gli espatriati si concentrarono in Calabria sulla Sila e più tardi si spostarono fino in Sicilia per portare aiuto a Messina.

Qui si stanziarono definitivamente e resero omaggio al dio Mamers (Marte) da cui il loro nome, mamertini. Si tratta senza dubbio di una versione idealizzata dell’arrivo in Sicilia di mercenari campani che nel III secolo fondarono lo stato dei mamertini. Sotto l’influsso greco, Apollo si sostituisce a Marte in qualità di divinità destinataria del voto, ma questi resta il dio principale protettore dei mamertini, raffigurato su tutte le loro monete.

A quell’epoca, con la vasta diffusione delle tradizioni guerriere dei sabelli, l’idea delver sacrum come rimedio a gravi calamità pubbliche tende a generalizzarsi, tanto che Roma stessa, sotto la minaccia di Annibale, fece ricorso a questo rito nel 217 a.c. dopo la battaglia del Trasimeno: il voto fu fatto a Giove e riguardava peraltro solo gli animali di cui,in seguito, fu immolata solo una parte, in base ad astrusi cavilli5. D’altro canto, si può logicamente supporre che la tradizione permanesse, nelle regioni sabelliche in particolare, come attesta il ver sacrumvotata dagli insorti italici al tempo della guerra Sociale agli inizi del I secolo a.c.6 .

Nella storia di questa singolare manifestazione della religiosità italica, è necessario distinguere tre aspetti o momenti: la possibile esistenza di una istituzione rituale primitiva, il suo instaurarsi e definirsi come saga eziologica delle origini e infine il suo ciclico ricorrere in tempi storici. Sul primo punto è possibile fare solo delle ipotesi. Ecco i temi essenziali della leggenda:

  • la migrazione armata,
  • la proliferazione dei gruppi etnici,
  • il carattere espiatorio e di purificazione del voto,
  • il fatto di consacrare solo esseri animati e quindi sacrifici con spargimento di sangue (ricorrendo poi all’esilio per gli uomini),
  • la presenza dell’animale-guida con il suo significato ambiguo che può avere anche la funzione di eponimo di un nuovo gruppo.

Tali temi sembrano corrispondere, nell’insieme, alle condizioni di vita e alla mentalità di una società primitiva di allevatori, caratterizzata da una grande mobilità e da altrettanta aggressività, e da concezioni animalesche del divino che derivano forse da retaggi totemistici.

Per questo tipo di società non mancano elementi di confronto con altre culture e, a tale proposito, esistono anche indizi sicuri della diffusione dell’economia pastorale fra le popolazioni dell’interno della penisola nell’età del bronzo. È lecito quindi pensare che le migrazioni dalle alte valli appenniniche – forse determinate anche da una sorta di crescita demografica e dalla conseguente necessità di trovare nuove fonti di sussistenza – siano state accompagnate da un insieme di credenze e di riti specifici basati da una parte sull’idea della necessità o della vocazione sacra alla migrazione e dall’altra sul fatto che gli animali venissero attirati da pascoli più ricchi.

Ma è evidente che queste tradizioni tenderanno a cristallizzarsi in miti nel corso della diaspora italica, probabilmente in quegli ambienti culturali che avevano subito l’influenza greca (in Campania, dove i sanniti entrarono in contatto con i greci fin dal V secolo a.C.).

La struttura del mito presenta tre elementi caratteristici e costanti:

  1. la consacrazione alla divinità (a Marte soprattutto, dio dei sabelli) di tutti i prodotti di un determinato anno (in primavera, nel mese di marzo, dedicato al dio), in seguito ad un voto di purificazione o di espiazione per scongiurare un flagello come la guerra o la peste;
  2. la migrazione, con intenti colonizzatori. di una classe di giovani in grado di portare le armi;
  3. il ruolo dell’animale-guida (generalmente consacrato a Marte).

Questo schema si imporrà, retrospettivamente, in tutti i racconti leggendari relativi alle origini, nutrendosi di reminiscenze di fatti reali, e diventerà la norma religiosa dei riti svolti nella realtà storica.

Si può dire quindi che si sia in presenza di uno dei più significativi esempi del rapporto dialettico che unisce il rito e il mito.

L’Italia conobbe un periodo particolarmente burrascoso fra il IV e il III secolo a.C.: l’estensione a macchia d’olio delle conquiste Sabelliche fino alle Puglie e alla Sicilia, le invasioni dei Galliche a nord, le imprese dei capi dell’Epiro, da Alessandro il Molosso a Pirro, l’affermazione progressiva dell’egemonia di Roma e le lunghe, cruenti lotte contro Cartagine, che culminarono con la drammatica spedizione di Annibale.

Tutte queste violente vicende offrirono sicuramente molteplici occasioni di ricorrere al ver sacrum. Ne è testimonianza il già citato episodio semileggendario dei mamertini e la versione più edulcorata dello stesso rito presso i romani durante l’avanzata di Annibale. Le esigenze del momento imposero il notevole scarto esistente rispetto al modello originario, come dimostrano chiaramente il carattere d’incompletezza del sacrificio presso i romani e, in entrambi i casi, la sostituzione di Marte con altre divinità, quali Apollo e Giove.

Evidentemente era ormai anacronistico voler tradurre in fatti concreti un rito così antico e avvolto dal mistero della leggenda, posto che sia mai esistito.

2 – Ver Sacrum a Vienna

Dopo oltre 2000 anni dai miti ed anche dai fatti che sono stati raccontati, e più precisamente nel 1897, un gruppo di una ventina di studenti dell’Accademia di Vienna fonda la Secessione, un’associazione di artisti che si ribella contro il vecchiume dell’arte tradizionale e accademica e che accoglie le istanze di modernità che, negli ultimi anni dell’Ottocento, raggiungono la decadente capitale dell’Impero Austro-Ungarico.

Gli artisti della Secessione, da bravi studenti che voglio “svecchiare” tutto ciò che li circonda, lottano contro il provincialismo austriaco, guardano ed accolgono le novità che stanno irrompendo sulla scena europea, ma lottano anche contro l’ingessato mercato dell’arte e l’ipocrisia della società contemporanea. Esaltano un’arte che abbia un valore e una funziona attiva nella vita e nella società, che smascheri la verità, la nuda veritas, come in uno specchio.

Presidente dell’associazione è il giovane Gustav Klimt (1862-1918) che realizza il manifesto della prima mostra della Secessione viennese, nel 1898, realizzando, come efficace strumento di divulgazione e diffusione, la Rivista “Ver Sacrum”.

La parola “Ver Sacrum” è stata quindi anche utilizzata nella Vienna Imperiale a cavallo degli ultimi due secoli.

VerSacrum fu infatti una rivista che, con i suoi 120 numeri editi fra il 1898 ed il 1903, diffuse, assieme ad un palazzo per le mostre espositive a Karlsplatz di Vienna, le idee estetiche e le opere di quel gruppo di artisti eterogeneo, per età e tendenze, che andò sotto il nome di “Secessione“, proprio per significare lo stacco dalla generazione di artisti precedenti, dal classicismo in genere e dai richiami storistici come quelli che abbellivano i palazzi a Vienna,.

La frase, che accoglieva il visitatore al padiglione di Karlsplatz, riusciva a sintetizzare al meglio l’intento dei secessionisti: “Ad ogni tempo la sua arte, ad ogni arte la sua libertà”.

Coerentemente con tale assunto, come recitava il primo editoriale di VerSacrum, si trattava, di “risvegliare, stimolare, diffondere la sensibilità artistica del nostro tempo”, e come icona di questo motto si mostrava l’immagine di un albero in fiore e che rompeva il vaso in cui era contenuto; l’editoriale poi aggiungeva: “…..educando nel contempo il grande pubblico a [ri] appropriarsi del senso estetico, che è presente come istinto in ogni uomo, indirizzandolo alla bellezza e alla libertà di pensare e di dire”.

Sulle sue pagine venivano presentati i lavori di grafica di Gustav Klimt, Kolo Moser, Otto Wagner, ma anche poesie di importanti autori come Rainer Maria Rilke . Una rivista, quindi, che tentava di realizzare l’ideale del Gesamtkunstwerke, l’Opera d’Arte Totale, luogo perfetto ove coltivare direttamente la sperimentazione artistica, concepita come il frutto dell’integrazione fra arti diverse – un’armonia di testi, illustrazioni e decorazioni, ed anche del lavoro collettivo di più menti – anche attraverso l’opera di un comitato, sempre diverso, che interpretava un ideale superiore e che quella armonia serviva ad esprimere.

Ecco, quindi, una rivista nuova nel formato, quadrato, che inaugurò un motivo caratteristico di uno dei maggiori esponenti del gruppo, Josef Hoffmann (1870-1956), che lo ripeterà in decorazioni, strutture architettoniche e mobili, e attorno al quale si stringeranno anche altri artisti, come lo stesso Gustav Klimt,, che lo scelse per la sua “Pallade Athena” (1898)

Tutto l’aspetto grafico, di comunicazione, fu realizzato dallo scenografo Alfred Roller (Brno, 1864-Vienna, 1935), che diresse la rivista per i primi due anni.

Il terzo numero ospita la famosa “Nuda veritas”, realizzata da Klimt , raffigurante una donna nuda che rivolge allo spettatore uno specchio e ai suoi pedi dei simboli primaverili., che diverrà poi una tela l’anno successivo, realizzando un altro assunto dei Secessionisti, espresso da Otto Wagner: “mostrare all’uomo moderno la sua vera immagine“. In Nuda Veritas emerge il primo affronto alla tradizione: questa realistica figura di donna alta due metri con la sua provocatoria ed espressiva nudità apparì al pubblico viennese irritante e scandalosa. La rappresentazione del pelo pubico fu una dichiarazione di guerra all’ideale classico.

Non va mai dimenticato che Klimt era figlio di un cesellatore e che conosceva a fondo le più varie tecniche decorative. La tecnica pittorica era sempre la stessa: prima Klimt elaborava il viso del personaggio che veniva rivestito, poi in un secondo momento, degli elementi decorativi. Klimt lavorava inoltre su più tele contemporaneamente, ricoprendole a mano di forme e colori. La precisione fotografica nella resa dei volti resterà sempre una costante della sua opera

Ricorre all’antichità classica nella scelta del soggetto. Rappresenta la lotta tra Teseo e il Minotauro sotto lo sguardo vigile di Pallade Atena. Una metafora della lotta tra il conservatorismo oscurantista e la tensione verso il nuovo e il moderno, differenza che si esprime nello scontro tra due generazioni di viennesi, tra maestri e allievi. L’architetto Joseph Olbrich costruisce una palazzina destinata ad accogliere la mostra. Sarà un’assoluta novità nel panorama architettonico viennese. Un grande successo di pubblico premia l’audacia di questi giovani, che utilizzano un linguaggio che si caratterizza per la bidimensionalità e l’attenzione alle forme geometriche.

Naturalmente Klimt e gli altri sono travolti dalla scandalo e dalla critiche nel corso degli otto anni, 1897-1905, con i quali si fa corrispondere la parabola della Secessione viennese.

Ma la rottura creata da questi artisti è profonda, e verrà portata a termine negli anni successivi. La critica più moderna ha riconosciuto diverse direzioni nello sviluppo dell’arte viennese nei due decenni precedenti la frantumazione dell’Impero Asburgico. In questo panorama si inseriscono le figure di Oskar Kokoschka (1986-1980) e Egon Schiele (1890-1918), che appartengono ad una generazione successiva rispetto a Klimt.

È l’espressionismo, comunque, l’indirizzo comune di tutti gli artisti segnati dalla Secessione. La nuova generazione mostrò le sue opere in un’esposizione, la prima Internazionale Kunstschau, nel 1908, provocando nuovamente uno shock nel mondo artistico viennese.

È la prima mostra sia per Schiele sia per Kokoschka, che si fanno portatori di un’ulteriore ventata di novità. Solo Klimt difenderà i due artisti dalle aspre critiche e dal rischio della censura (notoriamente i dipinti e i disegni di Egon Schiele hanno una forte carica esplicita di erotismo). Ed egli stesso confrontandosi con queste nuove proposte, con l’opera di Kokoschka in particolare, entra in un periodo di crisi creativa, dal quale uscirà abbandonando lo stile aureo che aveva caratterizzato la sua produzione precedente. Anche Klimt approda negli anni della maturità ad un espressionismo che si manifesta soprattutto nell’attenzione ai colori. Schiele e Kokoschka danno vita a un’arte nuova. Abbandonano il decorativismo e l’armonia della Secessione, creando un mondo di inquietudini e incubi: “l’arte cominciò a parlare un linguaggio apocalittico” (Gütersloh).

Un’arte intima, che si concentra sull’individuo negli anni in cui, proprio a Vienna, Freud scopre l’inconscio e i meccanismi più profondi dell’Io.

Kokoschka si rivela la personalità più interessante. Nonostante fosse un giovane membro della Secessione, è impossibile cogliere anche nelle sue prime opere una qualsiasi influenza klimtiana. Un’originalità dirompente, attraverso la quale dipingere il “volto interiore”. Schiele mostra invece nelle sue prime opere una filiazione nei confronti di Klimt. Ma ben presto se ne distanzia. I suoi ritratti (e i numerosi autoritratti), sostituiscono all’esubero decorativo ampi sfondi vuoti e grigi. Alla perfezione formale Schiele preferisce la deformazione espressionistica, rintracciabile nelle pose innaturali dei suoi soggetti, nella tensione delle loro mani e nei loro occhi rigidi e fissi verso il visitatore. .

A giugno 2006 il “Ritratto di Adele Bloch-Bauer” di Klimt è stato battuto per 135milioni di dollari da Christie’s, confermando Klimt come l’artista più quotato. Ironia della storia. L’epigrafe, infatti, del dipinto di Klimt “Nuda Veritas”, riportava la citazione schilleriana: “Se non puoi piacere a tutti con la tua arte, piaci a pochi. Piacere a molti è male”.

Nel 1903 la rivista chiuse definitivamente la propria pubblicazione, anche se l’attività artistica dei suoi redattori continuò negli anni sucessivi, pur attraverso strade diverse fra loro.

Nel 1903 la rivista chiuse definitivamente la propria pubblicazione, anche se l’attività artistica dei suoi redattori continuò negli anni sucessivi, pur attraverso strade diverse fra loro.

2.1 L’arte di Klimt

Per capire meglio tutto il movimento della Secessione e della ventata della Ver Sacrum, vale la pena di guardare con un po’ più di attenzikone ciò che è riuscito a produrre Klimt.

Se già l’espressionismo e il surrealismo avevano condotto la sessualità nel terreno dell’arte, con Gustav Klimt l’erotismo e la donna diventano i soggetti preferiti della pittura.

Klimt ci regala Eva, la donna per eccellenza, ritratta in tutte le pose immaginabili, anche le più ardite. La donna seduce non più con la mela ma attraverso le sinuosità del suo corpo nudo.

Sembra che Klimt amasse essere attorniato nel suo atelier da due o tre donne nude anche quando non dipingeva. Questo gli permetteva di cogliere la donna nelle posizioni più eccitanti, anche improvvisamente, come se fosse un vero e proprio reporter scandalistico. Non solo, Klimt amava la donna e la sua rappresentazione a tal punto che non esitava a ritrarre l’amore lesbico come ne Le Amiche(1916/17).

La tendenza erotica dei suoi quadri nasce dalla relazione tra ciò che è mostrato e ciò che è nascosto. L’artista non si rivela mai crudo o volgare, per quanto sia stato spesso accusato di pornografia. Invece i suoi erano i disegni di un amante premuroso che sfiorava teneramente il corpo dell’amata. Basti pensare al profondo senso di compartecipazione ad un profondo amore che promana dal famosissimo quadro del “bacio”, amore che sublima il rapporto tra uomo e donna..

Purtroppo il suo manifesto erotismo in una Vienna decadente, che risentiva dell’ipocrita repressione vittoriana, si scontrò spesso con un esasperato rifiuto. Ed è prpprio per questo che Klimt fu uno dei portavoce del citato Secessionismo: la rivolta di una nuova generazione di artisti contro il tradizionalismo, il conservatorismo e l’accademismo.

Da rilevare inolte il tema del serpente che, come già osservato in “Nuda Veritas” -che si attorciglia tra le gambe della donna, nel quadro “Medicina” – che qui si riporta in dettaglio, viene ampiamente ripreso ed amplificato. Se in Nuda Veritas il serpente è un qualcosa che si trova “al margine” della raffigurazione – quasi come complemento – qui entra prepotentemente nel pieno della scena, andando ad attingere (cosa?) dalla coppa tenuta in mano dalla protagonista del quadro. Inutile sottolineare gli aspetti legati a simboli freudiani, da ricecare per lo più a livello inconscio.

3 – La loggia Ver Sacrum

Nel sito della Loggia Ver Sacrum si legge: “La Loggia Ver Sacrum, costituita con bolla di fondazione emanata dall’allora Gran Maestro Lino Salvini in data 9 gennaio 1978, ha iniziato i propri lavori il 22 marzo 1978”. E subito dopo viene riportato – molto brevemente per non tediare il visitatore del sito – quanto da noi proposto e raccontato nel primo punto di questo Elaborato.

I Fratelli fondatori di questa Officina, quasi tutti provenienti dalla loggia “I Figli di Horus”, quindi avevano un’intenzione ben precisa: portare al di fuori della Loggia di appartenenza, quanto avevano potuto apprendere, e cioè il meglio dell’Arte Muratoria che, all’epoca, veniva espresso nell’Oriente di Perugia.

Per comprendere bene sia le motivazioni che portarono alla costituzione della Loggia Ver Sacrum sia i progetti dei lavori muratori che tali Fratelli volevano svolgere, occorre contestualizzare il tutto nel periodo in cui si presero certe decisioni e si svolsero i fatti noti ai più.

3.1 I terribili anni ’70

Il lungo periodo di gran maestranza di Lino Salvini è stato caratterizzato, fin quasi dal suo inizio, dalla questione della loggia P2 e dalla presenza, alla testa di questa, di Licio Gelli. Poco dopo la propria elezione, infatti, il 19 giugno 1970 Lino Salvini aveva delegato Gelli a rappresentarlo presso gli iscritti alla loggia Propaganda 2 con il titolo di “segretario organizzativo”.

Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena, che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR. Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in “Raggruppamento Gelli-P2” accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo.

Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva consolidato, nel frattempo, più che bene il proprio potere.

Nel gennaio 1975, resosi conto dell’errore commesso e dei rischi cui la crescente intraprendenza del Gelli esponeva l’intero G.O.I., Il Gran Maestro decise che, da quel momento, la loggia P2 sarebbe stata una normale loggia non “coperta” ed esonerava Licio Gelli proprio dalle funzioni di “segretario organizzativo”.

Gelli chiaramente non gradì l’“esonero” e, in occasione della Gran Loggia del marzo 1975, organizzò una controffensiva, facendo circolare documenti su presunte malversazioni finanziarie commesse dal gran maestro; Salvini accusò il colpo (……) e fece drasticamente marcia indietro: con decreto del 12 maggio 1975 il GM ufficializzava l’esistenza di una “regolare” loggia Propaganda n. 2, non “coperta” e costituita da poche decine di affiliati.

Ne divenne maestro venerabile lo stesso Gelli, mentre proseguiva, non ufficialmente, l’esistenza di una loggia segreta P2, con a capo ovviamente ancora Licio Gelli. Il meccanismo si perfezionò l’anno seguente, quando la P2 “regolare” venne sospesa, inaugurando un regime di doppia verità: ufficialmente i lavori della loggia Propaganda n. 2 erano sospesi, benché in realtà la stessa loggia, nella sua versione “segreta”, non soltanto continuava ad esistere, ormai al di fuori di ogni controllo da parte del gran maestro e del G.O.I., ma proliferava ben oltre ogni precedente storico fino ad assumere dimensioni abnormi, reclutando in tutta Italia ed al di fuori di qualsiasi regola tradizionale.

Con l’infoltimento delle fila della P2 e con l’affiliazione di personalità sempre più “importanti” nei suoi elenchi, noti soltanto al Gelli (tutta l’operazione fu resa possibile anche grazie al rilascio illegale di tessere “in bianco” nella mani del MV), il prestigio di quest’ultimo si accrebbe a dismisura dentro e fuori la massoneria, fino a farne una sorta di gran maestro occulto, in alternativa al gran maestro effettivo, e tanto da lasciar ipotizzare anche ad una specie di “governo congiunto” tra Lino Salvini ed Lucio Gelli.

I rapporti con le Grandi Logge statunitensi, tradizionale punto di forza nella politica estera del G.O.I., vennero quindi messi in crisi dalla crescente diffusione in Italia, consentita e/o voluta e/o tollerata da Salvini (sinceramente orientato ad un elevato apprezzamento dell’Inghilterra dopo il riconoscimento del sistema dell’Arco Reale inglese), in concorrenza con il già presente Arco Reale americano.

A tale proposito furono necessarie missioni “diplomatiche”, vari chiarimenti e l’intervento di vari intermediari per scongiurare una più che possibile rottura con le Grandi Logge americane.

Costretto a dimissioni anticipate rispetto alla scadenza del proprio mandato, a causa di pressioni esercitate dalle Grandi Logge statunitensi, che minacciavano il disconoscimento, Lino Salvini si rassegnò a cedere il maglietto di Gran Maestro (rimase effettivamente in carica fino al 18 novembre 1978, dopo le dimissioni annunciate nella Gran Loggia del 18-19 marzo 1978). Al suo posto venne eletto Ennio Battelli.

L’elezione di Battelli, onestamente, non significò una sostanziale rottura con la precedente gestione. Giordano Gamberini (ex Gran Maestro, prima di Salvini), continuò a dirigere la Rivista Massonica (che dal febbraio 1980 cambiò formato e denominazione, cpn la denominazione di “Hiram”), nonché si deve registrare una sua solerte assistenza a Gelli nelle ammissioni alla P2.

In questo nuovo contesto Ennio Battelli (che non è mai stato un vero uomo d’apparato e quindi non poteva contare sul pieno e solidale appoggio dei vari potentati interni alla Massoneria), continuò a mantenere un abbastanza regolare rapporto con Licio Gelli (senza peraltro condividere gli scopi della P2), evitando però una azione di fiancheggiamento, come peraltro fatto da Salvini. Resta il fatto che, come per il passato, Gelli poteva continuare a gestire in totale autonomia la conduzione della P2, che anzi in quegli anni vide un’espansione senza precedenti, con numerose affiliazioni di importanti personaggi del mondo politico, burocratico, bancario, militare, editoriale ed industriale

Nel marzo dell’81 fu effettuata una perquisizione a Castiglion Fibocchi, dove vennero sequestrati numerosi documenti, tra cui spicca il famoso elenco di 953 nominativi appartenenti alla P2.

Vi figurano, tra gli altri, tre ministri, quarantaquattro parlamentari, un segretario di partito, i capi dei servizi segreti, dodici generali dei carabinieri, ventidue generali dell’esercito, quattro generali dell’aeronautica, cinque generali della guardia di finanza, otto ammiragli, vari di magistrati, alcuni prefetti, questori, banchieri, importanti uomini di affari, giornalisti, editori, ambasciatori, alti funzionari pubblici, etc.

3.2 la nascita della Loggia I Figli di Horus

Tutti ricordiamo con un sospiro di sollievo le conclusioni della Commissione sulla Loggia P27 che non ha riconosciuto il carattere di Associazione Segreta al GOI ed ha inoltre decretato lo scioglimento – nel luglio 1981 – della Loggia P2 mentre con sentenza del 31 ottobre 1981 la corte centrale del G.O.I., presieduta da Armando Corona, ha decretato l’espulsione di Gelli dall’Ordine. In questo marasma che ha portato la Massoneria Italiana all’orlo dello scioglimento coatto da parte del Governo Italiano, c’erano comunque numerose Logge che avevano fatto proprio quanto previsto dalle Costituzioni dell’Ordine, e cioè che la Massoneria è una SOCIETA’ INIZIATICA, e quindi avevano continuato a lavorare secondo dettami Iniziatici Tradizionali.

Tra queste spiccava in Umbria, (… ma non era di certo la sola!), la Loggia “I Figli di Horus”, la quale era stata fondata nei primi anni ’70 – tanto per citare qualcuno – da alcuni “veterani” della Massoneria perugina (Franco Benucci, Nando Villa, Peppino Rossi…), qualche (allora) più o meno giovane Maestro (Fancesco Brunelli, Edgardo Abbozzo, Alberto Polidori….), ed alcuni giovani Apprendisti e Compagni.

Tutti provenienti dalla Loggia Madre “Fede e Lavoro”.

Subito dopo la sua costituzione la Loggia I Figli di Horus si pose in evidenza in tutta la Regione – ma anche in Orienti di altre regioni – per il forte impulso iniziatico dato ai lavori di Officina.

Numerosi “collegamenti” ed assidue frequentazioni furono poste in essere, tra cui occorre ricordare l’amicizia profonda e solida con Renzo Baccioni a Firenze, Ulderico Favia e Giuseppe Bosich a Milano, Ivan Mosca a Roma, Claudio Travaglini a Campobasso, Mario Bacchiega a Rovigo, e così via, ove il lavoro massonico veniva associato allo sviluppo dei principi Ermetici esistente nella Tradizione Muratoria. Questo “taglio” dato all’interpretazione del simbolismo massonico, non poteva certamente passare inosservato a chi voleva lavorare in modo iniziatico ed uscire dalle beghe fumose, perverse e del tutto contingenti, tanto care a coloro che – come diceva il mai troppo compianto Maestro Francesco Brunelli – erano irrimediabilmente ammalati di “sciarpite” (malattia questa ancora, tutt’oggi, purtoppo, molto diffusa….)

In breve, la Figli di Horus era una vera e propria fucina di lavoro muratorio.

Proprio in quei tempi, verso la seconda metà degli anni ’70 Francesco Brunelli risveglia e propone alla Comunione Muratoria italiana, l’Antico e Primitivo Rito di Menphis e di Misraim, sostanzialmente per uscire dall’egemonia di fatto del Rito Scozzese, in modo da offrie ai Fratelli Maestri una alternativa “italica”8 di approfondimento ai propri studi muratori e si adopera, con un ristretto numero di Fratelli dell’Officina, affinché lo stesso fosse riconsciuto dal GOI9.

E qui viene da fare un parallelismo con le vicende degli Scissionisti di Klimt: come emerge da quanto appena detto non si può non rilevare come il gruppo de I Figli di Horus, analogamente a quanto fatto dagli Artisti Viennesi, hanno proposto un movimento di rottura con gli schemi muratori allora tanto in voga.

Come gli Scissionisti, i FF della I Figli di Horus, non ne potevano più delle ingessature culturali e del falso perbenismo etico (a Vienna la morale vittoriana, da noi la ragione di stare nel “giro buono”, ove ci sono “coloro che contano”), ed hanno proposto un “nuovo” modo di vivere ed interpretare l’Arte; così i Fratelli di questa giovane Officina, hanno voluto rompere con le lodi sperticate che venivano rivolte a chi proponeva una sorte di “Massoneria di Plastica”allora in voga, ove c’erano Fratelli Importanti e fratelli non importanti.

Questo ristretto gruppo di Liberi Muratori, insieme ad altri Fratelli (seppure non numerosi), non hanno voluto partecipare alla “gara” di chi fosse più vicino a Villa Wanda…..

Se focalizziamo di nuovo l’attenzione sul contesto generale muratorio di quegli anni, non può sfuggire infatti come il lavoro della Figli di Horus fosse del tutto unico e si distinguesse in modo inequivocabile da quanto realizzato dalla maggior parte delle Officine italiane.

Mossi da quello spirito di rottura con i vecchi schemi e desiderosi di proporre un antico e tradizionale modo di intendere l’Arte Muratoria, alcuni giovani Maestri della I Figli di Horus, incominciarono a frequentare assiduamente alcune Logge che si era formate da poco, proprio per proporre questi nuovi intendimenti e originali interpretazioni, suscitando così un vero e proprio confronto al riguardo.

Da queste “esternazioni” nacque un vivace dibattito all’interno della Comunione perugina che, anche se a volte ha potuto assumere un confronto con toni serrati, il tutto è stato giudicato dalla gran parte dei Fratelli costruttivo e stimolante. In altri termini: anche se alcuni Fratelli, legittimamente, non condividevano le tesi proposte da questi Maestri, tuttavia le rispettavano, nel più corretta tradizione di vera tolleranza.

Infine, verso la fine degli anni ’70, un gruppo di Fratelli della I Figli di Horus, ritiene che ci siano tutte le premesse e le condizioni favorevoli affinche si possa “replicare” il lavoro impostato e svolto nella propria Loggia, in modo che non ci sia più una sola voce a portare avanti un vero lavoro muratorio, ma il tutto sia rafforzato dalla fondazione di una nuova officina da costituire.

E con questi presupposti, quale miglior nome che “Ver Sacrum” si poteva dare al nuovo Gruppo di Fratelli che si accingeva a “migrare” secondo “il volere degli Dei”?

Il nome della nuova Officina rappresentava in tutto per tutto il vero programma che una Scuola di Pensiero, esistente nell’Oriente di Perugia, si era prefissa di portare avanti, con forza e determinazione.

Quindi i Fratelli che oggi decorano le Colonne dell’Officina Ver Sacrum debbono essere consapevoli e fieri di questo prestigioso nome, che riassume in sé pochi ma essenziali valori, quali: lavorare per il Bene dell’Umanità, lavorare affinché ciò sia l’affermazione del Bene, del Vero e del Bello, lavorare affinché l’Armonia della Fratellanza pervada tutti i Fratelli della nostra Comunione, lavorare affinché i FF dell’Officina riescano efficacemente a squadrare, ciascuno, la propria Pietra.

I Fratelli che hanno fondato l’Officina – tutti – avevano come unico scopo la realizzazione dei valori appena sopra accennati, non si accingevano quindi a fuoriuscire dalla Figli di Horus “contro” qualcuno, ma per la concreta realizzazione di valori molto positivi.

Per coloro che restarono alla I Figli di Horus fu un distacco doloroso.

Per me, personalmente, che fui tra questi, pur comprendendo le motivazioni che portavano i miei amati Fratelli ad “uccidere il proprio maestro”, motivazioni che tendevano a raggiungere un livello di sviluppo iniziatico e di forza propulsiva per tutto il nostro Oriente, non potetti che sentire – ovviamente sotto un profilo meramente umano – un forte senso di distacco.

Oggi, che i Metalli si sono un po’ più raffinati, e guardando con serenità questo recente passato, non posso fare a meno di ammirare la Forza e la Determinazione (ma anche la lungimiranza) di questi Fratelli, che abbandonarono una Loggia ove regnava una totale armonia, che rappresentava per tutti noi un porto ove ci si sentiva al sicuro, per andare a “scoprire” altri lidi, per seguire quello stimolo interiore, inarrestabile, che ti spinge a ricercare la Conoscenza.

3.3 La Ver Sacrum oggi

Come tutte le cose Umane, anche un insieme di Fratelli animato dalle migliori intenzioni, non può non avere le sue vicissitudini, i propri alti e bassi, i momenti di espansione e di contrazione. E’ fisiologico.

Dopo quasi 25 anni dalla sua costituzione la Loggia ha perduto, per vari motivi – e non ultimo quello anagrafico – gran parte dei suoi fondatori e la “memoria storica” dell’Officina si va affievolendo sempre di più. Il tutto rientra nella logica delle cose, che vuole che ilTempo, gran livellatore, smussi tutti gli angoli e ammorbidisca ogni posizione.

La missione che era stata affidata alla Loggia Ver Sacrum dai Maestri che l’hanno fortemente voluta e realizzata, però non si è esaurita. E questo è importante che tutti i Fratelli che oggi ornano le Colonne, in qualsiasi grado loro competa, lo sappiano.

Ai fratelli di questa Rispettabile Loggia è stata consegnata la fiaccola simbolica del Rinnovamento interiore che deve essere sviluppato e proposto con forza, prima dentro le proprie Colonne, e poi in tutto l’Oriente ove si opera.

Il compito che spetta ai Fatelli della Ver Sacum, non è quindi quello di fare “crociate” o missioni di pseudo proselitismo a favore della “causa”, quanto, piuttosto, il lavoro che li attende è quello di agire massonicamente in ogni momento della propria esistenza, lasciando cioè da parte le pulsioni che emergono dalle singole personalità per operare, con forza e coerenza, in base al proprio Ermete interiore (se si vuole cambiare termine si può anche dire: secondo i dettami della Tradizione Muratoria…). In altre parole, mi ripeto: debbono lavorare per l’affermazione del Bene, del Vero e del Bello.

Ognuno di noi deve fare la propria parte, secondo quanto singolarmente vuole realizzare ed anche, ovviamente, secondo quanto può fare. L’importante è che i principi del Rinnovamento e della Semina che sono stati alla base della creazione di una Loggia così importante non vadano perduti.

Se ciò dovesse malauguratamente accadere i nostri Fratelli Passati, che l’hanno promossa e così intensamente voluta, dovrebbero arrendersi alla caducità delle cose e prendere atto che i loro Figli non sono stati all’altezza dei Padri. Anche questo succede.

Scritto da Fr. Francesco Rampini

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1 Dionigi di Alicarnasso, l, 16; Varrone, citato da Plinio, Storia NaturaleIII, 109

2 Feste, pp. 424, 425 L. Servio, Commento all’Eneide, VII, 796

3 Strabone, V, 4, 12

4 Festo, p. 235 L; Plinio, VER SACRUM Storia NaturaleIII, 110

5 Tito Livio, XXII, 9; XXIII, 44; XXIV, 44

6 Sisenna, frammento 99, 102P

7 Presieduta con forza ed equilibrio dalla Democristiana Cristiana Tina Anselmi

8 L’affermazione del Rito di Menphis e del Rito di Misraim (cosidetti Riti Egiziani), ha avuto luogo in Italia ove la Scuola Napoletana ha avuto un ruolo determinante; si ricorda come Gran Maestro di questo Rito il F. Giuseppe Garibaldi.

9 A quel tempo la costituzione muratoria, all’art. 9, prevedeva solo l’esistenza e quindi il riconoscimento di tre riti massonici: Scozzese, Simbolico e Arco Reale.

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